BEHIND


Le prime pagine


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I miei pensieri, le mie passioni, la mia vita.

 

 

 

 

 

A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena d'essere vissuta.

ALESSANDRO MAGNO

 

 

 

 

 

 

 

 

BEHIND

 

Parole e immagini in libertà

 

 

 

 

 

 

 

Evviva il '68
 

Nel 1968 avevo ventitré anni e studiavo al Politecnico di Torino, Ateneo molto impegnativo che non lasciava molto spazio al tempo libero, ma noi universitari, quelle poche ore di libertà, ce le godevamo tutte e così tra gli studenti di Ingegneria, non ci furono soggetti che, partendo dalle agitazioni di Facoltà, arrivarono al mondo della politica, contrariamente a quanto avvenne per gli studenti di Legge o Scienze Politiche, che di tempo ne avevano anche troppo.           
Nacquero i contestatori, elementi prodromici di un'ideologia politica che sfociò nella contestazione di massa, con cui furono messi in discussione tutti i valori sociali e dello Stato, che sino ad allora avevano segnato il cammino delle nostre democrazie.

Caddero uno ad uno tutti gli stereotipi sociali, sotto l'accusa di elitarismo e prevaricazione. Si contestò, in primis, il mondo dell'Istruzione, additandolo come obsoleto e non più confacente al nuovo imperativo liberista che si andava diffondendo.
Il movimento, inizialmente appannaggio esclusivo di intellettuali, si allargò sempre più sino a diventare globale e ogni Istituzione sociale, ogni valore civico furono messi in discussione. Il mondo del lavoro fu, fra tutti, il più grande palcoscenico del teatro irridentista e rivoluzionario. Si disse di voler dare una dignità nuova ai lavoratori, considerati vittime di un regime monopolistico e plutocratico, dentro al quale venivano soffocati i loro più elementari diritti. Marx ed Engels divennero le Muse ispiratrici di uno tsunami ideologico, che modulato sugli aforismi del Libretto Rosso di Mao Tze-tung, portò la contestazione talmente a sinistra, che per la prima volta, dopo la seconda guerra mondiale, si pensò che si sarebbe inevitabilmente arrivati ad una adesione al Comunismo su scala mondiale.    
La sinistra, con i suoi slogan, imperava. I sindacati rossi facevano proselitismo, come mai era accaduto. Tutti erano diventati comunisti o almeno strizzavano l'occhio a sinistra e in quest'ottica sinistrorsa ogni tassello della società veniva confutato. I titolari di cattedre universitarie, i capitani d'industria, gli alti graduati delle Forze militari, i Prelati, i Primari degli ospedali, tutti quelli che comandavano erano chiamati baroni. Il baronismo divenne l'argomento dei comizi, delle riunioni improvvisate e tutti speravano che il mondo finalmente potesse cambiare. Persino le donne accusarono gli uomini di baronismo e pretesero l'uguaglianza di diritti e di comportamenti. Le mogli e le fidanzate iniziarono a mettere in discussione il ruolo, che per secoli avevano avuto. Non volevano essere più assoggettate a una rigorosa disciplina maschilista, né occuparsi più, come madri e mogli, della conduzione della famiglia, volevano entrare nella stanza dei bottoni e in poco tempo, una fiumana di donne di casa, sposate e non, si trasformò in una nuova forza lavoratrice. La donna doveva avere gli stessi diritti dell'uomo, persino nella sfera sessuale. L'uomo, nell'accezione universale del termine, da sempre, ha potuto avere più donne e spargere la sua virilità a destra e a manca e anche la donna volle questo. Da quel momento, una schiera inferocita di donne represse cominciò a fare l'amore con una tale disinvoltura che, dapprima, gli stessi uomini anziché rallegrarsene, come poi avvenne in seguito, ne furono disorientati.  
Il '68 sembrava dover portare il mondo verso un nuovo mattino e la contestazione generale sessantottina, doveva rappresentarne l'aurora boreale, drammatica e densa di fosche tinte. Poi, superato il parossismo dell'iniziazione, i nuovi sindacalisti sostituirono i vecchi, i nuovi docenti si avvicendarono ai vecchi Professori, i giovani universitari, politicamente impegnati, divennero deputati al Parlamento. Gli operai ebbero qualche piccola rivincita sui padroni, gli studenti sui Professori, le donne ebbero finalmente tanti amanti e ogni sottoposto rubò un po' di terreno al proprio Comandante, ma queste conquiste furono poca cosa, perché, di fatto, nulla cambiò. Il padrone restò tale, il Comandante addirittura fu promosso di grado, i vecchi cattedratici diventarono luminari e le donne ragazze madri, conquistando così nella società la parità dei diritti con l'uomo, almeno sul piano sessuale.           
Il '68 è stato una beffa, tra le più grandi che la società abbia mai subito e se a Woodstock si gridava "vogliamo la pace, non la guerra", apostrofando Nixon con ogni epiteto, da guerrafondaio ad assassino per aver mandato i soldati americani a morire in Vietnam, oggi si combatte in Iraq, in Siria, in Libia, in Corea, in Liberia e non si sa in quante altre parti del mondo.
Ormai la vita è diventata sempre più inaccessibile al proletariato, che nel frattempo è stato declassato a sottoproletariato, la disoccupazione è ai massimi livelli storici, le multinazionali sono sempre più potenti e straricche, mentre in alcune parti del mondo c'è gente che muore di sete. Persino l'acqua, per certe persone, è diventata un lusso irraggiungibile.

 

 

 

 

 

Se un filosofo è un uomo cieco, in una stanza buia, che cerca un gatto nero che non c'è, un teologo è l'uomo che riesce a trovare quel gatto.

BERTRAND RUSSELL




Rimpianto

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Melancolia - Incisione di Albrecht Durer - 1514

Rimpianto. Termine usato e logoro che ha perduto il suo significato primigenio. Si parla di rimpianto quando ci si appella ad azioni della nostra vita che non hanno avuto seguito, quando non si è realizzato un nostro intendimento.

Il rimpianto però non è solo questo, è soprattutto la certezza di un'occasione perduta, di un'aspirazione interdetta, è principalmente la cognizione di non essere riusciti a soddisfare una nostra volontà, solo per causa nostra, non ascrivibile ad altre eventualità e quindi è purtroppo la constatazione della nostra incapacità, nel non raggiungimento di mete prefissate. E' la certezza di non aver adempiuto in maniera compiuta all'attuazione di disegni realizzativi, una sorta di melanconia, per la consapevolezza d'inettitudine pragmatica verso traguardi rappresentativi della nostra condizione esistenziale. 

Rimpiangere significa toccare con mano il proprio fallimento, per non essere riusciti a esprimersi in maniera fattiva e aver perduto l'occasione di concretizzare un desiderio che si riteneva importante per esprimere il nostro egotismo.

L'asservimento spinale e incontrollabile al nostro io, quale severo giudice delle nostre azioni, ci induce ad agire e non lasciando spazio a interpretazioni individuali, ci motiva verso traguardi precisi e ben definiti, non permettendo al caso di compiere atti, preposti all'assolvimento della nostra realizzazione personale. 

Il rimpianto consuma, avvelena, rende brutto ciò che potrebbe essere bello.         
Il ricordo di un amore finito nel nulla può essere bello e gratificante, ma se insinua il rimpianto, immediatamente nascono i sensi di colpa e si passa da una condizione di beatitudine a un'altra di esegesi e nella disamina degli atti di causa ci si trova irrimediabilmente in una condizione di colpa. Eh sì, perché l'essere indagato è sinonimo di colpevolezza, ma noi non vogliamo essere indagati, chiediamo solamente di essere noi stessi. Dobbiamo prendere atto che quella ragazza che non siamo riusciti ad avere, è solo perché eravamo distratti e se un amico si aspettava qualcosa da noi e non l'ha ottenuta, è perché non siamo stati pronti e attenti a comprendere le sue necessità.     
Non possiamo martirizzarci, né trasformarci in critici rigidi delle nostre azioni, tantomeno ci dobbiamo sentire in colpa per non aver fatto quella cosa o quell'altra. Se ci siamo comportati in un determinato modo, che oggi consideriamo negativo, è solo perché il momento richiedeva atteggiamenti precisi e non concedeva spazio ad altre interpretazioni. 

Il rimpianto è una sensazione che si rivolge ad atti assunti, non definiti dal nostro accondiscendimento, ma determinati da circostanze indipendenti dalla volontà individuale, qualcosa d'indefinibile che non può essere ascritta ai nostri atteggiamenti, bensì frutto di una serie di concomitanze dettate dall'evolversi degli eventi.

 

 

Non si può entrare due volte nello stesso fiume.

ERACLITO

 

 

 

 

Cinematismo della vita

 

L’unico mistero che profondamente mi affascina, la risposta a tutti i perché, è il cinematismo segreto della vita, la vera chiave di tutto, ma non può essere cercato nelle cose, né se ne può scorgere la presenza in qualche landa terrestre, sebbene tutto il creato parli di vita.           
Ho compreso sempre solo i fatti che sono riuscito a spiegare con rigore scientifico e unicamente in essi il mio intelletto ha vinto, o meglio ha vinto la parte spuria di esso, perché è stato il trionfo del razionalismo.   
E’ scontato però che in questa visuale, la scienza trionfi spesso sui moti dell’anima, mentre io vorrei capire al di là del sipario teatrale, al disopra della realtà stessa, ove la collocazione dei fatti è svincolata dai legami fisici.
Vorrei entrare, almeno per un attimo, nella struttura degli eventi, sì da avere di questi una conoscenza fondata su elementi idealistici, prescindendo dagli aneddoti e dalle ricostruzioni scientifiche.          
Vado cercando questa volontà che tutto anima e che di tutto è artefice, la cui semeiotica è la vita stessa che, una volta recepitone l’afflato creativo che la comanda e la plasma, diventa di facile interpretazione. 
Un processo di ricerca deduttivo tendente a spiegare il problema, sarebbe però banale solamente concepirlo.    
E’ impensabile che da indizi finiti e circoscritti si possa astrarre un'entità superiore coordinante.
La soluzione, se una ce n’è, deve necessariamente trovarsi al di fuori delle sensazioni tattili e definite, o meglio deve esistere al disopra di esse, mantenendovi al più un contatto di assoluta indipendenza.     
Ciò che cerco sempre mi sfugge, perché alimento con la logica la mia sete di conoscenza e la logica non è abbastanza dissetante per la mia arsura, perché non spegne mai il fuoco dell’ignoranza. Fuori dagli schemi tradizionali di ricerca e di studio, cerco ovunque le risposte alle mie domande, tentando di comprenderle in un linguaggio universale, il cui vocabolario è costituito da sensazioni e assunti che vivono in noi quale frutto di sogni o immaginazioni, perché sogno e realtà finiscono col fondersi nella nostra mente, creando umori e passioni, spingendoci ad azioni che consumano il tempo della nostra esistenza.            
Pertanto mi sforzo di dare importanza al sogno come alla realtà e da entrambi, cerco di trarre il succo dell’esistenza.           
Del resto Dostoevskij dice che la verità è unica e sempre la stessa, sia che venga vissuta nelle realtà o recepita nel sogno e che quando l’hai conosciuta, quella è!        
Si dovrebbe viaggiare per il mondo, sorretti solamente dal desiderio di avvicinarsi alla Luce, sì da esserne un poco illuminati.

 

 

 

Deposizione

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Rogier Van Der Weyden - 1433
Il dipinto di Rogier Van der Weyden, esposto al museo El Prado è uno dei più grandi capolavori dell’arte rinascimentale fiamminga, perfetto nella tecnica e nella descrizione dell’evento, denso di misticismo e di ieraticità. Probabilmente la più bella tra tutte le Deposizioni e in quanto tale non necessita di commenti e tantomeno abbisogna di interpretazioni criptiche, come chi ha voluto intravedervi alcune battute musicali simili a quelle dello Stabat Mater Dolorosa del compositore e teorico musicale fiammingo Guillaume Dufay.
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Alex Gross . 2002

Nel suo quadro, chiara rivisitazione della Deposizione del Van der Weyden, il pittore americano Alex Gross, pur mantenendo la verticalità del dipinto di riferimento e la stessa impostazione dei volumi, ha trasportato l’azione nel secolo diciannovesimo (come si evince dai costumi dei figuranti), introducendo elementi di vario tipo, che concorrono nell’insieme a dare drammaticità e universalità all’evento.

Gli astanti, ad eccezione di Giovanni Battista che sorregge la Vergine e della Maddalena, ultima figura a destra, sono orientali. Sullo sfondo, nel cielo, un aereo con un motore in fiamme che sta precipitando è un segno di morte e di sventura.

Gli uomini e anche Gesù Cristo, sono stati sostituiti da donne. Unica eccezione: Giovanni Battista. E infine, la pia donna piangente, alle spalle di Giovanni è stata sostituita da un vaso di iris, creando così un bilanciamento perfetto di volumi, in tre blocchi di tre personaggi ciascuno: il blocco a sinistra con la Vergine, il blocco centrale con Gesù Cristo e il blocco di destra con la Maddalena che impugna una cinepresa.

Iconograficamente l’iris sta a significare la profondità dei sentimenti più alti ed aulici, quali l’amicizia, la fiducia, la verità, la saggezza, la fede, la speranza, a seconda del colore. L’iris azzurro-blu, detto anche giaggiolo delicato simboleggia la fede e la speranza. Inoltre nel fiore ricorre molte volte il numero tre, perché tre sono i tepali interni eretti, tre quelli esterni ricadenti, tre sono gli stami, tre le diramazioni dello stelo, tre le logge in cui è suddiviso il frutto, ma tre è anche il numero che nella tradizione cristiana è legato all’immagine della Santissima Trinità, per cui l’iconografia cristiana ha assunto questo fiore come simbolo di fede, di coraggio e di saggezza.

Numerosi sono in questo dipinto gli elementi di blasfemia. Gesù è diventato una donna completamente svestita. Nel blocco di destra, una donna dallo sguardo cinico e freddo si sostituisce alla figura maschile dal volto triste e disorientato posto dietro Giuseppe d’Arimatea, e accanto, la Maddalena è rimpiazzata  da una elegante signora che si distrae dal contesto per guardare altrove mentre impugna una cinepresa quasi, con cruda professionalità documentarista, dovesse stigmatizzare la scena. Il tutto però è trasceso dalla giocondità del giardino giapponese dove i peschi lasciano cadere nel vento i petali dei loro fiori, ed è purgato dalla maschera di dolore della Vergine, riprodotta come nell’opera originale, che svenuta per le sofferenze del Figlio immerge la composizione in un’empatica atmosfera di tragicità.

Sonetto

William Shakespeare

 

 

Quando quaranta inverni cingeranno d'assedio la tua fronte

E scaveran nel campo della bellezza tua trincee profonde,

La fiera assisa della tua gioventù, tanto ammirata adesso,

Sarà veste a brandelli, tenuta in scarso pregio;

A chi allor chieda ov'è tutta la tua bellezza,

Ove, tutto il tesoro dei tuoi giorni gagliardi,

Il risponder che è al fondo dei tuoi occhi affossati,

Sarebbe onta struggente e lode vana.

Quanto meriterebbe maggior lode l'uso di tua bellezza

Se potessi rispondere: questo mio bel figliuolo

Sia il saldo del mio conto, riscatti il vecchio debito;

Mostrando che la sua è bellezza discesagli in retaggio.

Sarebbe un rinnovarti quando tu sei già vecchio,

Veder caldo il tuo sangue quando lo senti freddo.

Amor può molto più che né voi né io possiamo.

GIOVANNI BOCCACCIO

 

 

 

La stupidità

Mia madre mi ripeteva spesso: attento alle persone stupide, perché, anche senza volerlo, ti possono mettere nei guai, solo perché sono stupide!

Quando mi diceva questo sorridevo. Pensavo che le persone anziane siano afflitte da un pessimismo organogenetico, e pertanto quello che dicono, sia improntato a una considerazione negativa della vita, che non dipende dalla loro concezione della vita stessa, ma piuttosto da una progressiva necrosi cerebrale che conduce inevitabilmente al pessimismo più sfrenato.

Errore!

Mia madre aveva ragione, e senza ricorrere al decadimento organico.

Se uno nasce stupido, è un dato di fatto. Definito! La sua condizione prescinde da usure, di qualunque natura, esse siano. Non c’è niente da fare. E’ nato stupido. C’è chi nasce biondo, chi bruno, chi alto, chi basso. Lo stupido è nato stupido. E’ un dato di fatto!

Lo stupido è pericoloso! Molto pericoloso! Nella sua stupidità non riesce a discernere tra quello che può rappresentare un vero, effettivo pericolo e ciò che potrebbe essere una facezia. 

Egli, lo stupido, vede tutto in termini di una logica da lui elaborata, che non tiene in alcun conto delle istanze del suo prossimo e decreta, giudica, sancisce, da perfetto demiurgo, cosa attenga al giusto e cosa sia invece deprecabile.

Purtroppo è stupido e nella sua naturale condizione, non è assolutamente in grado di discernere tra il conveniente e lo sconveniente e in siffatta situazione, chiunque si trovi ad essere oggetto di una qualche sua considerazione, ne sarà quasi sicuramente danneggiato.

E tutto questo perché? Perché è stupido!

Ma in questo mare magnum di stupidità, nel quale ogni cosa sembra sia improntata alla faciloneria, al pressappochismo, qual è il nostro ruolo?

Cosa dobbiamo fare per liberarci dai tanti falsi amici e  finti guru, che pretendono di essere elementi condizionanti della nostra vita e soprattutto saprofiti della nostra spiritualità?

In che modo ci dobbiamo comportare, una volta che questi esseri, si siano manifestati come tali?

Il mio amico Righetto di Trastevere direbbe che dobbiamo mandarli affanculo!

Noi non vogliamo essere così prosaici, ma certo dobbiamo allontanarci da questi strani figuri, che in osservanza ad una dichiarata amicizia, ci rendono la vita impossibile e piena di negatività.

Detto questo, allora da dove nasce una spaghettata consumata, alle tre o forse quattro del mattino, a Roma, su di un muretto ai bordi di Corso Francia?

Nasce da una profonda amicizia che trascende le convenienze sociali e si eleva a un assunto di più assoluta complicità, che proviene dal rispetto reciproco e si immola alla ricerca del piacere delle piccole cose della vita, sì da rappresentare un semplice divertissement e niente di più.

Le cose belle sono sempre le più semplici, le più naturali.

E molto naturale sembrava, a me e al mio amico Gianfranco, gustare un piatto di spaghetti a notte fonda, seduti sopra un muretto alle prime ore del mattino e si badi bene, non si mangiava su piatti di plastica e posate improvvisate.            No! Consumavamo il nostro strano spuntino su piatti di porcellana, con forchette d’argento 800 del servizio di famiglia e si beveva champagne su coppe di cristallo, sempre di famiglia, mentre le automobili sfrecciavano davanti a noi.

Eravamo stupidi? No, eravamo amici, nella realtà e nell’irrealtà, nel certo e nell’improbabile, e nell'assurdità.

Eravamo amici veri e soprattutto amanti della vita.

In un triste giorno, tanti anni dopo la spaghettata a Corso Francia, Gianfranco mi disse di essere gravemente malato: Un cancro al fegato. Sì cancro, proprio cancro! Si ha paura a pronunciare questa parola, ma il non nominarla, non ne allontana la funesta presenza e il mio amico, quel giorno, non ebbe timore di dirla.

Era afflitto da un tumore, ormai a uno stadio avanzato, ma questo non modificò i nostri rapporti, sempre improntati alla gioia di vivere e al gusto frenetico e scanzonato della vita.

Fu quella, l’unica volta che si parlò del suo male. Anche in seguito, quando il suo stato di salute peggiorò, si evitò sempre di fare cenno alla sua infausta condizione. Fu sua figlia, qualche tempo dopo, a dirmi che se n’era andato.

Si dice che si muoia due volte. La prima, quando si smette di respirare e la seconda, quando nessuno pronuncia più il nostro nome. Da quel momento, si è inghiottiti dall’eternità.

La scomparsa di una persona cara rappresenta quindi non soltanto la fine di un sodalizio sentimentale, ma anche, al tempo stesso, una voce che non ci chiamerà più, però Gianfranco, almeno per me, è ancora vivo, perché nei miei pensieri spesso riecheggia il suo nome.

Quanta e quale differenza nel suo comportamento da quelle persone che ci amareggiano l'esistenza, definendosi infelici, afflitte dal taedium vitae, depresse, ma che in realtà sono soltanto fuori posto, in un mondo che non ama i lagnosi!

In ultima analisi, forse la spaghettata di Corso Francia nacque da una posizione intelligente nei confronti della vita, mentre certe depressioni, spesso nascono solo dalla stupidità.

 

 

 

 

 

A ruota libera

Stavo guidando un’automobile e come spesso mi accadeva, giacché viaggiavo quasi sempre solo, cominciai a pensare a ruota libera, senza uno schema preciso e senza che alcun pensiero particolare, catalizzasse la mia indagine cervellotica più degli altri.

In quella girandola di pensieri, mi venne alla mente il canto gregoriano che tanto amavo e a quante volte mi ero riproposto, senza mai riuscirvi, di ascoltarne uno dal vivo.

Eppure, anche se non l’avevo mai fatto, ne ero affascinato, quasi ammaliato, perché riuscivo a comprenderne la sottile ed equilibrata architettura, riuscivo a percepirne la sacra musicalità e a intuirne il fervore.

Nel mio cuore, sentivo il coro preciso e vibrante, eseguito magistralmente in un vecchio chiostro benedettino, puro, trasudante di mistica poesia.

La medesima girandola, mi portò a pensare ai cuccioli di foca, di cui si fa strage e tutta l’umanità ne inorridisce, ma al tempo stesso, tristemente notai che nessuno si dà pensiero per le miriadi di topi che quotidianamente vengono trucidati e lasciati morire doloranti, invischiati in qualche trappola mortale.

Come se l’essere dolce e accattivante del primo animale e l’essere schifoso e temibile del secondo, siano condizioni scelte dalle due bestiole.

Il risultato comunque è sempre il medesimo.

I topi, quanto le foche, vengono inesorabilmente sterminati.

I primi perché brutti, i secondi perché belli.

Incredibile!

La morte si crea sempre situazioni ottimali, per vincere.

 

 

 

 

 

Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi.      

ALBERT EINSTEIN