CRISTO A BROOKLYN

inizio libro e primi due capitoli

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Dello stesso autore

DONNE

UN’ESISTENZA COMPLICATA

BEHIND

IL CANE CHE CERCAVA SE STESSO

CRISTO A BROOKLYN

 

Gli ultimi giorni di Gesù

Alle mie figlie Carlotta e Natalia

 

 

 

 

 

Non è il tempo che passa su di me,

sono io che passo nel tempo.

Lui è sempre lo stesso, immobile, costante,

mentre io mi modifico giorno dopo giorno,

e ogni suo attimo che  attraverso,

lascia in me un segno indelebile.

Davanti al tempo mi sento vuoto e inutile,

come un attore che recita col sipario chiuso.

 

 

 

 

 

 

 

Prologo

 

Brooklyn è una città nella città, il borough più popoloso di New York, oggi, completamente ricostruito con tanto verde.

Tra i molti suoi musei, il Brooklyn Museum è, al pari del MoMa e del Metropolitan,  tra le più grandi e più prestigiose gallerie d’arte degli Stati Uniti.

Negli anni ’60/’70, gli artisti avevano lo studio a Greenwich Village, oggi molti di loro dimorano e lavorano a Brooklyn, in grandi e luminosi loft.

Le vecchie palazzine sono diventate delle splendide abitazioni ambite soprattutto da chi abita a Manhattan, la parte più bella ed elegante di New York, ma anche la più convulsa, la più caotica e molti ne fuggono via in cerca di tranquillità.

Quarant’anni fa però non era così, e la storia di cui si narra, risale a quell’epoca, alle ultime settimane del mese di dicembre del 1972.

 

 

 

 

17  dicembre 1972

 

E’ un algido pomeriggio invernale.  

Un vento freddo s’incunea in ogni andito, creando mulinelli d’aria che, simili a piccoli tornado, sollevano cartacce e polvere.

Sta facendo buio.

I palazzi fatiscenti, gli alberi spogli, le strade deserte, illuminate da fiochi lampioni e da opache luci di bar, creano un insieme di raggelante miseria nella quale sono nati, cresciuti e vivono Mark e Phill che, sebbene di diversa estrazione sociale, similmente conducono con disagio la loro vita in seno alla famiglia.

Mark ha le mani e le orecchie gelate, gli cola il naso. Ha voglia di un hot dog caldo con crauti fumanti, Phill, anche lui infreddolito, pensa invece a una bella bottiglia di vino.

Di denaro però non ne hanno.

Con gli ultimi spiccioli, acquistano del pop-corn da una vecchietta che, unica presenza in strada, intirizzita dal freddo augura a tutti il Buon Natale.

Phill ha un orologio, non è di grande valore, ma potrebbe ricavarne quel tanto che basta per procurarsi da bere e da fumare.

L’erba costa poco, è facile trovarla.

A Chinatown conoscono un ebreo cinese che gestisce un banco di pegni e vende roba. Certo arrivare laggiù è un viaggio, ma i nostri amici non difettano di tempo e salgono su un treno.

La metropolitana è frequentata da impiegati, operai, massaie, studenti, gente che quotidianamente rinnova la commedia dell’esistenza.

Scesi dal treno, si avviano verso quella piccola Cina, ricostruita con lampioncini rossi, neon multicolori e ninnoli.

Per  le vie, singolari cinesi americani, su bancarelle colme di strane cose, espongono esotiche mercanzie.

Tra costoro c’è anche il tizio che i due ragazzi sono venuti a trovare.

Chang Pildusky è il suo nome.

Cinese di madre e russo di padre ebreo, è ricettatore, strozzino e spacciatore, attività questa che il figuro esercita non per lucro, che già abbastanza florida gli è l’usura, bensì per atavico retaggio.

In questo signore, l’attitudine ebraica allo strozzinaggio mirabilmente si fonde con la tradizione orientale di vendere oppio.

Ha i capelli lisci tirati dietro la nuca con il classico codino orientale e una lunga barba incolta.

Secondo l’usanza ebraica indossa un soprabito di colore nero.        

Ha un aspetto sinistro, ma noncuranti dell’inquietante carisma, i due amici  prendono a negoziare.

La trattativa è breve.

I ragazzi sono ansiosi di concludere, non vogliono realizzare un grande affare, cercano soltanto di procurarsi   l’indispensabile per le loro esigenze.

Settanta dollari e un pugno d’erba è l’offerta.

E’ una rapina, ma va bene lo stesso. Vorrebbero anche un po’ di LSD, però il pusher non  tratta acido.

Per questo dovranno andare altrove.

Sono soddisfatti e ridono.

«Adesso Phill possiamo passare una bella serata.»

Attenti ad amministrare quel poco denaro, non vogliono spenderne tanto per mangiare e bere, non sono dei raffinati gourmet.

Un paio di hamburger con patatine e due bottiglie di vino sono più che sufficienti per riacquistare un po’ di energie rubate dal freddo.

Hamburger e patatine, cinque dollari, un paio di bottiglie di buon vino, altri quindici e in tutto fa venti.

Restano ancora cinquanta dollari.

Deciso il menù, corrono a fare la loro piccola spesa a Little Italy, poco lontano. Là c’è un napoletano sempre fornito di ogni veleno.

In pochissimo tempo ci arrivano.

Il napoletano è un ciccione di oltre un quintale, vecchio contestatore, figlio dei fiori, sessantottino, appassionato dei Doors e di Kerouac.

La sua casa è arredata con poster dell’epoca nixoniana, uno specchio con l’immagine di Jimi Hendrix, e nel bagno, sopra la vasca, campeggia una veduta della baia di Napoli.

L’appartamento piccolo, colmo di robaccia che non serve a niente, emana un senso di marcata tristezza.

«Ciao Napoli», dice Phill, «Come va, hai della roba buona?»

«Ciao stronzo, a Brooklyn non ti fanno più credito?» E’ la risposta del napoletano.

«I soldi li ho! Ecco venti dollari e dacci dell’acido, va bene trippone?»

Il napoletano si mette una mano in tasca e ne estrae due palline di carta.

«Prendi e vaffanculo tu e il tuo amico del cazzo!» Risponde il pusher con la sua innata eleganza.

I ragazzi ridono dalla contentezza, hanno avuto quello che cercavano, sono felici.

«Ora la pappa. C’è una tavola calda davanti a noi, entriamo.» Suggerisce Mark.

Un banco e pochi tavoli senza tovaglia accolgono i clienti.    

Mangiano con appetito e bevono  due bottiglie di vino. Rifocillati e alticci, escono nuovamente al freddo della città, camminando lentamente sotto la sferza del vento gelido.

Entrano nel primo bar che incontrano e s’infilano nel bagno. Fumano un joint, poi si siedono per una birra.

«Tu Phill sei stato in India, vero?

«Sì, una volta, per un breve viaggio di pochi giorni.»

«Dove sei stato, quali città hai visto? Raccontami qualcosa.»

«Sono stato a Bombay per tre giorni e poi una settimana a Goa.»

«Goa? Non me lo avevi mai detto.

Com’è? E’ vero che sono tutti sballati e puoi trovare quello che vuoi, nei bar e nei ristoranti?»

«E’ vero, a Goa c’è tutto. Non solo, ma puoi fumare tranquillamente per strada o sulla spiaggia, che nessuno ti disturba, a nessuno frega niente chi sei, né è interessato a quello che fai.

Il sole è sempre splendente, il mare bello e tranquillo.

E’ come stare in paradiso.

Ci sono feste e rave ogni sera che durano tutta la notte. Le spiagge sono grandissime, si sta nudi e non puoi  immaginare quante belle pollastre stanno là ad abbronzarsi, aspettando solo qualcuno che le rimorchi.»

«Che bello, andiamoci!»

«Eh, purtroppo ci vogliono tanti soldi, e a noi chi ce li dà?»

«Inventiamoceli.» Ribatte Mark e continuando: «‘St’erbetta è proprio buona.»

«Sì, niente male.» risponde Phill.

Un’altra birra e ancora una canna nel cesso del bar.

Per tutta la sera continuano a parlare dell’India e di quello che farebbero se potessero andarci, finché esaurito ogni possibile programma, il locale chiude.

Sono le due del mattino. I soldi sono finiti. E’ tardi.

Non resta che andare a dormire.

Hanno tenuto qualche dollaro per tornare in taxi. Salgono sul primo che passa.

Il tassista, un ragazzo della loro età, guida ascoltando del rock a volume altissimo, e con la musica a palla attraversano Manhattan.

Stanno bene, sono euforici e allegri.

La città è deserta.

Sul ponte di Brooklyn, la loro attenzione è catturata dai tanti riflessi dell’acqua.

In quello sfavillio di luci, PhiIl non può fare a meno di notare le barche e sorridere.

«Hai visto Mark quanto sono buffe le barche a New York?

Come uccelli, libere di andare dove vogliono, qui soffocate dai liquami delle fogne, dal cemento, dallo smog, le barche hanno perduto la loro libertà, sono prigioniere della città.

Conosci Baudelaire? Hai mai sentito parlare del suo albatro che con le sue poderose ali, agile e veloce fra le nuvole, a terra è sgraziato, ridicolo e la sua sublime libertà si annulla?      

Queste barchette che non navigano libere, sono come quel principe dell’aria, prigioniere e goffe.»

«Ma tu Phill pensi veramente che l’ambiente abbia tanto importanza, non credi invece che essere qualcuno sia più importante che vivere in un determinato posto?

Voglio dire insomma che l’essenziale non è dove sei, ma chi sei.

Se sei qualcuno, lo sei ovunque.

Gesù Cristo, per esempio, è sempre lui, sia in Palestina che a Broadway.»

«Ma che cazzo stai dicendo.

Stiamo parlando genericamente e tu salti fuori con Cristo, che non è uno qualunque. Lui è l’Assoluto. Per lui non esiste termine di paragone. Dio non è confrontabile.

Come puoi avere un simile pensiero.  Qui si sta parlando di me, di te, di gente e cose che non contano niente.

Per noi gente di tutti i giorni la vita è questa, purtroppo difficile, e tale resterà sinché non faremo qualcosa per modificarla, cercando di renderla più vivibile.»

Il taxi giunge a destinazione.

I due amici abitano ad un isolato di distanza e scendono insieme.

Mark scompare in un vicolo.

Phill si avvia lentamente, fumando una sigaretta, e pensa che stare in giro tutta la notte, per arrivare in questo posto allucinante, avendo domani i medesimi problemi di oggi che erano già di ieri, non sia proprio il massimo.

Non c’è scappatoia e soprattutto non c’è futuro, perché il futuro si realizza attraverso il tempo mediante il susseguirsi di azioni che segnano lo scorrere del presente, mentre senza tali eventi, la vita assume quel carattere di quotidianità immutabile che la rende simile all’eternità, perché essendo il tempo immoto, presente, passato e futuro, diventano privi di senso,

Phill tra sé: «Orwell asserisce che chi controlla il passato, controlla il futuro. Però si dovrebbe averlo un passato e allora si avrebbe anche un presente e quindi un futuro, ma noi due sinora, cosa siamo stati se non dei perdigiorno che hanno vissuto solo di espedienti. Non abbiamo fatto nulla di realizzativo e neanche siamo mai stati propositivi.

Ci siamo lasciati vivere e basta.

Non abbiamo dato ascolto, se mai ne abbiamo avuti, ai nostri stimoli esistenziali. Abbiamo solo preso quel poco che siamo riusciti ad arraffare, senza sforzo e senza impegno, e  in questo non siamo stati nemmeno dei ladri, al massimo siamo stati degli scippatori, la categoria di ladri più bassa. Non siamo niente!

Mark parla di Gesù Cristo,  ma non è necessario essere veramente un dio.

Basterebbe solo assomigliargli.

Sarebbe sufficiente che la gente creda di trovarsi al cospetto di un essere superiore che abbia avuto il dono dell’illuminazione.

Quante persone sono venerate come dei soltanto perché si crede che riescano a dialogare con l’Eterno. La fede ha il potere di trasfigurare la realtà.

Ogni uomo può sentirsi vicino a Dio con la forza della fede, perché in essa c’è compendio di potere e di volontà.

Quale persona di fede, trovandosi davanti ad un essere venerato come un dio, non lo accetterebbe come tale?  Con quale certezza si potrebbe dirlo un millantatore?

Nessun credente ignorerebbe una simile possibilità! E poiché dove non arriva la fede, arriva il fanatismo, qualche esaltato vorrà comunque crederci a tutti i costi.

Immerso in queste riflessioni, il sonno lo coglie profondamente e lo carica di sogni.

Nel sogno si trasforma in un uomo che abbaia e mugola come un cane, anche se di fatto è un uomo e ne ha le sembianze. Latra, ringhia, suda dalla lingua.

La gente fugge da lui, lo allontana perché può essere pericoloso, ha paura.

La condizione di cane lo domina sempre più e si ritrova a camminare carponi.

Gli arti si trasformano in zampe, la pelle si ricopre di pelo, avanza annusando e schizza urina ovunque.

Ora è un cane, ringhia, ma non incute paura, nessuno lo guarda più, perché è un cane che si comporta da cane.  Ha perso il senso della provocazione.

Per lui non ci sono sguardi, non ci sono parole.

E’ solo, sente freddo, ha fame.

Si sveglia fradicio di sudore.

Inutilmente cerca di riprendere sonno e si abbandona ai suoi tristi pensieri, sino a quando  la spossatezza lo vince e si riaddormenta.

 

 

 

18 Dicembre 1972

 

E’ una giornata fredda, senza sole.

Alle undici del mattino, Phill seduto su una panchina legge un quotidiano.

Sta arrivando Mark.

«Ciao Phill, come va? Hai qualche idea per tirare la giornata?»

«No assolutamente! Stanotte non sono stato bene. Ho continuamente pensato ai discorsi di ieri sera e sono giunto ad una conclusione, che poi è solo una constatazione.

Il nostro scontento non dipende dalla mancanza di denaro, ma piuttosto dal non avere voglia di far niente.

Ci lamentiamo in continuazione del nostro stato, ma cosa abbiamo fatto per cambiarlo? Ci siamo forse impegnati per ridefinire i nostri limiti sociali? No!

Siamo sempre stati soltanto capaci di lagnarci, di piangerci addosso, di commiserarci e neppure una volta c’è passato per la mente che niente nasce dal nulla, e qualsiasi progetto, per quanto piccolo, ha bisogno di essere coltivato, programmato.

Presi dall’accidia, i nostri desideri sono rimasti soltanto dei sogni e non si sono mai concretizzati, perché realizzarli avrebbe richiesto azione, lavoro, sacrificio, tutte cose lontane da noi.

Vogliamo fare la bella vita, va bene, però dobbiamo attivarci in qualche modo per cogliere l’obiettivo.

Di lavorare, non se ne parla. Con il lavoro non arriveremmo da nessun parte, saremmo solo stanchi.

Sfruttiamo invece le debolezze della gente, l’esigenza spirituale di riscatto dalle bassezze della vita, il bisogno umano di dare e ricevere bontà, creando nel prossimo la volontà di cambiamento attraverso la fede, il più potente mezzo di convinzione.

Quando si crede in qualcosa e la si vuole, si è disposti ad ogni sacrificio per ottenerla. Si è più munifici, si è propensi a donare perché il gesto del dono va sempre oltre il valore di ciò che si offre, soprattutto quando si elargisce sotto forma di voto.»

«Phill, non capisco.»

«Quando ieri sera parlavi di Cristo, hai detto che Gesù, in qualunque parte si trovi, è sempre Gesù. Ecco! Inventiamoci un nuovo Cristo, un redivivo Gesù Cristo!»

«Dì, sei matto? Mi stai prendendo per il culo? Ieri sera parlavo così, senza pensare troppo a quello che dicevo.

Volevo solo sottolineare l’importanza di essere qualcuno, e l’esempio di Gesù Cristo forse è stato esagerato, ma era tanto per dire.

Vorresti forse coprirti con un saio, cingerti il capo di spine e magari relegare me al ruolo di cireneo o del buon samaritano?

Dovremmo andare per le strade di Manhattan a predicare il Vangelo?

Qualcosa di simile agli Arancioni di Hare Krishna?

Vuoi metterti a fare il santone? Ma ormai è fuori moda, e qui a New York di pazzi predicatori se ne sono visti di tutti i colori e di tutte le razze.

Sei proprio rincoglionito!»

«Macché rincoglionito, tutt’altro!

Non voglio raccontare frottole alle persone per strada, sciorinare passi della Bibbia, né fare l’evangelista o il falso profeta..

Penso semplicemente di attirare la gente, richiamata dalla fede, e c’è forse qualcuno meglio di Gesù Cristo per suscitare sentimenti di fede?»

«Voglio proprio vedere quale signora uscendo da Cartier o da Saks venga a Brooklyn, da te che fai il galileo e parli del Padre, dello Spirito Santo e così sia.   

M’immagino la scena e soprattutto, non credi di essere presuntuoso, non ti viene in mente che nella migliore delle ipotesi, saresti scambiato per un pazzo?

Sei proprio convinto di riuscire a interpretare un ruolo così difficile? Non hai pensato che sostenere una simile parte sia molto impegnativo?

New York è già piena di questi Cristi. C'è un’infinità di case di cura ricolme di Napoleoni, di Abrami Lincoln ed altri personaggi.

Nella 15th strada conosco un tizio che dice di essere la reincarnazione di J. F. Kennedy, e non penseresti mai quanti si credono Rockefeller.»

Si alzano dalla panca.

«Va bene Mark, hai ragione, ma se vedessi un uomo crocifisso, o meglio se ti dicessero che a Brooklyn c’è uno che sta in croce, non correresti a vederlo?

Solo per curiosità, probabilmente, ma ci andresti.

Non capita mica tutti i giorni una crocifissione!

L’uomo ha bisogno di vedere sempre cose nuove per credere poi sempre alle stesse, e in Cristo c’è tanta gente che ci crede da duemila anni.

Oggi, nella religione cristiana non c’è l’elemento scenografico.

Tutti, ciascuno a modo nostro, siamo credenti in qualcosa, ma dobbiamo credere solamente attraverso la fede più rigorosa. Non ci è dato discernere con la ragione e il raziocinio.

Il nostro credo è fondato sugli scritti tramandati nei secoli e questo accade dall’inizio del cristianesimo.

Attenendoci ai vangeli, dopo la sua resurrezione Cristo è salito in cielo e non è più apparso sulla terra, però questo esclude che possa comparirvi nuovamente?

Non potrebbe farvi ritorno ancora una volta per redimere questo nostro mondo  moderno, sordo ai richiami spirituali, totalmente dimentico degli insegnamenti della dottrina cristiana? Chi sino ad oggi ha vissuto la propria religiosità, sorretto solamente dalla fede, pensi possa restare indifferente alla vista  del Salvatore?

Oggi, tutto è scontato e da duemila anni non ci poniamo più domande, perché tutte quelle possibili c’è chi le ha formulate per noi.

Accettiamo Cristo e la sua passione come fatti storici, irremovibili.

In questa nostra dogmatica religione, l’imperativo del credere, annulla la volontà di comprendere.

Ora, se dovessi vedere Cristo non ci sarebbe per te altra meta che quella di giungere alla verità, e se milioni di persone, vedessero la stessa cosa, pensi che tutto resterebbe com’è? Il mondo non ne sarebbe sconvolto?

Già vedo i volti delle persone che esprimono angoscia e delirio. Ci sarà chi urlerà, chi piangerà, chi pervaso da crisi mistica gioirà e si sentirà beato.

Ovviamente, si dovrebbe fare appello a ogni mezzo di comunicazione, TV, radio, giornali, tutti i mass media, affinché il mondo intero venga a conoscenza dell’evento.

Si aprirebbe una nuova strada per raggiungere la fede, e saremmo stati noi due a fare questo.

Da qui prenderemmo a scandire il tempo del nostro futuro.»

«Dio mio che folli fantasie.»

«Probabilmente Mark hai ragione tu, sono solo audaci fantasie, ma non irrealizzabili.

Ok, andiamo dal Francese, ti va?»

«Certamente!»

Il Francese è un pezzo del passato di Mark. Piccolo di statura, con il capo completamente rasato, un cerchietto d’oro all’orecchio sinistro e il naso aquilino, ha un aspetto arcigno.

Ex hippy,  venuto via da Parigi per imbrogli di poco conto, è approdato a New York, dove è riuscito ad aprire La Grenouille, un piccolo bar, molto frequentato perché vi si ascolta buona musica.

Buon amico di Mark, aveva lavorato con lui alcuni anni prima facendo il fattorino postale, quando la polizia chiuse La Grenouille sospettando, a torto, che vi circolasse della droga, ma dopo appena tre mesi di chiusura, il Francese, scagionato da ogni colpa, smise di recapitare telegrammi,  riaprì il locale e riprese la sua attività di barista.

Anche Mark, subito dopo, abbandonò quel lavoro perché rendeva poco e stancava tanto. Era stato un errore di gioventù.

Quando si è giovani, si è puri. Si travisa la realtà e ci si inganna con i valori della vita.

Dal Francese i due amici bevono molta birra e stuzzicano le ragazze libere che entrano nel locale, ma non combinano nulla.

Dopo tre ore si ritrovano soli come quando sono entrati e anche un po’ brilli.

Escono in strada. Il vento fischia sopra le loro teste, ricordandogli ad ogni passo quanto siano miserabili e che anche se avessero trovato due ragazze non avrebbero saputo dove portarle.

Non hanno un posto tutto loro, una casa da non dividere con i famigliari.

Mark, il secondo di quattro fratelli, ha ventitré anni e a quattordici ha smesso di andare a scuola. Ha provato a lavorare qualche volta, ma sempre per pochi mesi. Suo padre, di origine irlandese, guardiano notturno in una fabbrica di giocattoli, in trent’anni di lavoro non è riuscito a comprarsi una macchina, la madre in tutta la sua vita non ha mai posseduto un bel capo di vestiario, perché si è sempre vestita acquistando in negozi che vendono a basso prezzo. Ha trovato l’amore da sedicenne, e due anni dopo è rimasta incinta del primo figlio. Ora, ancor giovane, è una donna rassegnata e dedita solamente alla famiglia che non la ripaga neanche con piccole soddisfazioni, poiché tutti i suoi quattro figli sono degli sbandati.

Phill ha un anno più di Mark. Viene da una buona famiglia. Il padre, avvocato, è di origine italiana, la madre americana da generazioni, donna religiosa e  moglie devota, ha dedicato la vita all’educazione dei suoi due figli, impartendogli una fervente dottrina religiosa e, da vera americana, un alto senso patriottico.

Phill ha frequentato la facoltà di sociologia, ma l’ha lasciata il terzo anno, per lavorare nell’azienda di un amico che restaurava imbarcazioni, la ditta però chiuse presto i battenti, e da quel giorno ha smesso di lavorare e non ha più ripreso a studiare.

Legge molto e di tutto. Alla lettura è stato avviato dal padre, appassionato  di letteratura.

Il fratello minore, più giovane di due anni, sta per diventare avvocato e presto entrerà nello studio paterno.

Smarrito dai fatti della vita, Phill è diventato un perdigiorno che vive di espedienti, e mentre la madre tuttora cerca di aiutarlo come può, il padre non ne vuole più sapere.

Sono le undici, troppo presto per andare a dormire, troppo tardi per organizzare una serata. I due amici si mettono nuovamente a fantasticare. Devono far soldi per soddisfare i loro bisogni.

Di idee ne hanno tante, ma tutte presentano difficoltà insormontabili.

Una è troppo complicata, un’altra troppo dispendiosa e un’altra ancora richiede troppe rinunce.  

Non sono costituzionalmente portati a sottoporsi a sacrifici di lunga durata.       

Impegnarsi per un breve periodo può essere accettabile, ma dedicare la propria esistenza a privazioni non è nei loro programmi.   

Mark vorrebbe trascorrere l’inverno nello Yucatan. Entrambi, da tanto tempo, vorrebbero andarci.

Vogliono bere tequila, crogiolarsi al sole, senza pensieri.

Nello Yucatan, potrebbero prendere un camper e partire per un lungo viaggio attraverso l’America centrale, toccando tutti i paesi, per arrivare in Venezuela e da lì, passando per il Perù, in Brasile, dove vivere alcuni mesi a Rio de Janeiro, poi sarebbe la volta dell’Oriente.

Phill vuole tornare in India, ma là si muoverebbero col bus o col treno, percorrendo piccole tratte, per meglio cogliere da vicino l’essenza intima della civiltà indiana.

Nel Kashmir, al lago Dal  andrebbero a far visita a Good Connection e Sultan, due mercanti conosciuti da Phill a Goa.

Poi lungo l’Himalaya, nel Ladakh, nel Nepal, nel Buthan, e infine a Benares dove scorre il sacro Gange.

Sogni, soltanto sogni, passano l'uno dopo l'altro nella loro fantasia, e tanto grande è il desiderio che si realizzino che i due ragazzi spesso nemmeno si accorgono che stanno fantasticando e discutono accesamente su scelte da fare a Srinagar o a Mazar-i Sharif.

Finiti i sogni  si ritrovano a Brooklyn, dove anche quella sera sono tornati, perché è là che vivono con le loro famiglie.

Quella di Mark ci vive perché è povera, quella di Phill perché il padre ci è nato. Cosa questa, che Phill non riesce a capire, perché è importante non dove si nasce, ma dove si vive.

Arrivati a casa di Mark, si salutano. 

Phill riprende la strada. Non sente il freddo della notte.

E’ sereno e rilassato.