DONNE

Inizio libro e due racconti
--------------------------------------------------

Dello stesso autore

 

CRISTO A BROOKLYN

UN’ESISTENZA COMPLICATA

BEHIND

IL CANE CHE CERCAVA SE STESSO

DONNE

Racconti e Rimembranze

 

 

 

Quando si è giovani si è felici, perché si ha tutto davanti e tutto è ancora possibile.

ANDREI TARKOVSKJI

 

 

 

 

Cos’è un diamante?

 

Carbone, pressione, temperatura, tempo.

Quattro parole, quattro entità separate, che sembrano non avere alcuna attinenza reciproca, però prendete un pezzo di carbone, sottoponetelo  a fortissime pressioni e contemporaneamente ad altissime temperature per qualche milione di anni e otterrete la più splendida delle pietre, la più preziosa delle gemme: il diamante.

Impareggiabile per lucentezza, ineguagliabile per durezza, è dotato di proprietà quasi magiche.

Immergetelo per tutto il tempo che volete nell’acqua e quando ne uscirà, sarà asciutto e secco come tirato fuori dall’ovatta.

Non si bagna. L’acqua non riesce a depositarsi sulla sua superficie tanto è compatta.

La più temprata delle punte d’acciaio non lo scalfisce, eppure anche se il suo sistema di cristallizzazione è cambiato, è rimasto carbone, al punto che se lo butti sul fuoco si incenerisce e tutta la sua durezza scompare in un attimo.

Ha carattere proteiforme e questo ne fa uno dei prodigi della natura.

Faceto in gioielleria per i suoi preziosi monili, indispensabile nell’industria per la produzione dei più luminosi raggi laser, rigoroso nella finanza dove rappresenta uno dei migliori  investimenti.

Per averlo, gli uomini si ammazzano e le donne si spogliano.

Tempo,  pressione, temperatura in una  continua, inarrestabile azione   sinergica, trasformano un volgare, nero, friabile pezzo di carbone in un divino, bianco, durissimo diamante.

Il risultato di quest’apporto coordinato e concomitante di fattori è strabiliante.

Ebbene, strabiliante, luminosa come un brillante, è stata la mia vita, formatasi, unendo amicizie e azioni di non eccessivo conto, forse presa  ciascuna nella propria individualità, ma fuse insieme, hanno segnato in maniera irreversibile e determinante la mia esistenza, fatta di lavoro, di divertimento, di gioia, di passioni, spesa tra momenti di grande dinamismo e pause di pura riflessione.

Si dovrebbe, almeno per un breve periodo, poter vivere in questa maniera, per poi non avere rimpianti quando e per l’età e per altri fatti incontrollabili, le cose cambiano e  non c’è più tempo da dedicare a noi stessi, immersi nella stolida quotidianità della vita, fatta di impegni, legami e doveri.

Doveri, che con la loro improcrastinabilità, avvelenano l’esistenza e tolgono il piacere dell’imprevedibile, che violentano con la loro incalzante consuetudine e con il loro dogmatico asservimento, che costringono a rinunciare a tutte le più intime fantasie, rendendo evanescente ogni segreta aspirazione.

Il lavoro non è vero che nobilita l’uomo, perché lavorare rappresenta una necessità e la necessità genera bisogno che non è condizione nobilitante.

Ciò che rende nobile l’uomo è la libertà, il suo poter essere tutto, il concepire la vita nella sua realistica crudezza, non ammantata di dottrine auliche e idealistiche, non circoscritta alla sola sfera del bene, ma aperta a tutto, perché i buoni principi, i buoni sentimenti non sono i soli componenti della nostra morale di vita.

L’esistenza è troppo spesso triste, perché regolata su posizioni che hanno carattere di universalità e non lasciano spazio alle individualità.

Sarebbe troppo complicato per il Sistema, avallare  comportamenti che escano dal generalizzato, per entrare nell’ambito delle soggettività personali ed allora, ecco che interviene il legislatore, creando una norma che, con la sua ufficialità, evira ogni possibile individualismo e obbliga il consorzio sociale alla mera obbedienza di una legge, costruita con il solo scopo di ottenere un controllo più attento e più efficace, costringendolo a mantenere un comportamento codificato e definito.

Tutto questo avviene sia nell’ambito delle leggi sociali che in quello degli ordinamenti religiosi e morali.

Nel nostro concetto di vita c’è solo il Dio buono e caritatevole che ci allontana dal male e che da questo ci deve preservare.

Al contrario, il nostro dio dovrebbe essere Abraxas che riunisce in sé tutto il bene e tutto il male del mondo, offrendoci infinite scelte, tutte legittime.

Spetterà poi a noi trovare la giusta via in questo labirinto di opportunità, spiegando verso mari tranquilli, sospinti da venti favorevoli, le vele del nostro navigare.

Una vita, che toucourt tolga la possibilità di scegliere, discriminando tra bene e male, è una vita a metà, incompleta, perché tutto, ogni aspetto, dal più alto al più esecrabile è insito in noi e spetterà a noi soltanto optare per una scelta piuttosto che per un’altra, a seconda del nostro atteggiamento, ricettivo o indifferente ai fatti della vita e secondo il nostro libero arbitrio.

Hermann Hesse dice che ciò che non è in noi, non ci mette in agitazione, non ci tocca.

Ciò che ci eccita, ciò che ci fa trasalire e che in qualche modo ci interessa è insito nel nostro gene spirituale e noi, in nessun modo, possiamo sottrarci ai richiami della nostra anima.

Combattere contro la propria natura è in partenza una battaglia persa.

Ovviamente, questo non significa che tutto sia giustificabile e ogni strada percorribile, però è senz’altro vero che non si può arrivare alla Verità senza percorrere le vie della vita, che purtroppo non sono lastricate di solo bene e le sue pietre miliari spesso rappresentano fatti negativi e che comunque ad ogni bivio, ci viene riproposta l’eterna scelta tra il bene e il male.

Siamo a corto di tempo.

La nostra esistenza non è sufficientemente lunga a percorrere tutti i rivoli e ruscelli che portano al delta del fiume, dove troveremo, nell’abbraccio con il mare dell’eternità, la fine del nostro cammino, o forse, come asserisce Seneca nel De brevitate vitae, di tempo ne abbiamo a iosa, ma purtroppo lo sprechiamo e sprecarlo è peccato, perché nessuno saprà mai quanto se ne abbia a disposizione, ed ogni minuto può essere prezioso per arrivare a percepire nel nostro animo la vibrazione spirituale dell’Ohm e purificati dal mantra poter lambire la maestà di Dio, il Suo infinito.

Ho sempre creduto nella concatenazione degli eventi.

Tutti i sentimenti, ogni sensazione e tutti i possibili stati d’animo, anche i più distanti apparentemente, sono  indissolubilmente legati gli uni agli altri dalla ruota dei mutamenti, dalla samsara  della vita.

Il bene e il male, poli estremi della condizione umana si toccano e ci appartengono in ugual misura, eppure si vuole apertamente ignorare  tutto ciò che attiene alla nostra morale egocentrica ed edonistica, che è la più forte tra le forze attive e determinanti della nostra vita, perché da essa nascono i nostri comportamenti e le nostre azioni. Frapporre un muro  tra il nostro egotismo e la muta osservanza degli atteggiamenti sociali, vivendo nel tentativo castrante di far pesare più il bene che il male sulla bilancia del nostro perbenismo, è il peggior stile di vita.

La donna, si dice sia l’altra metà dell’uomo ed io pur interessato alle sue grazie fisiche, soprattutto sono sempre stato attratto dalla sua personalità, il cui influsso ha rivestito un ruolo decisivo nella formazione del mio costrutto emozionale.

Mi è impossibile, tante sono in abbondanza, elencare le sensazioni, altrimenti inespresse, provate attraverso la sua frequentazione.

Ho avuto contatti con femmine bellissime, mediamente belle e decisamente non belle, ma mai brutte.

La donna talvolta può essere dotata di considerevole avvenenza fisica e allora apprezzarla è consequenziale, ma quando la bellezza non è strepitosa o addirittura assente, può esservi comunque, dovuta a peculiarità intellettuali, una sorta di magnetismo che attrae e concupisce e allora non si può né si deve parlare di bruttezza.

Brutto è ciò che è volgare, che ferisce e non ciò che non riesce ad esaltare il senso estetico.

Brutto è ciò che offende, che mette a disagio e quando una signora, si offre, non è per offendere, ma per donarsi e un dono non può essere offensivo.

Le storie qui narrate si riferiscono a donne spesso molto belle, ma non per questo sono state riportate.

Ho inteso raccontare di atteggiamenti e non di bellezza e se nella narrazione, talvolta ho indugiato su atti erotici nella loro crudezza, è stato solamente per meglio descrivere il carattere delle protagoniste.

 

 

 

La laurea

 

Il 31 maggio del 1972 fu un giorno unico, il più importante della mia vita.

Mi laureai al Politecnico di Torino in Ingegneria civile.

Mio padre era raggiante, aveva coronato il sogno di avere un figlio ingegnere, che attendesse ai suoi lavori d’imprenditore. Mia madre esultante, il suo intelligente primogenito aveva conseguito una laurea importante. Io, il più felice di tutti. Per me terminava un’epoca, che ancorché bella, era stata caratterizzata da forti impegni e doveri, vissuti tra il collegio e l’Università.

Adesso finalmente iniziava la mia vera vita, autonoma, affrancato dallo studio e dalla dipendenza economica paterna.

Impiegai sette anni e mezzo per avere questa laurea.

E’ vero, mi si obbietterà, che sono troppi, perché per laurearsi in Ingegneria ne bastano cinque, forse cinque e mezzo con la tesi. Io ho perso due anni. C’è però da considerare che a quei tempi, studiare ingegneria era veramente impegnativo.

Quella facoltà era enormemente pesante, con lezioni obbligatorie tutti i giorni della settimana, compreso il sabato.

Ad esclusione della domenica, liberi dalla frequenza erano solamente i pomeriggi di giovedì e sabato.

Non c’era molto tempo per i divertimenti, per la vita sociale e gli studi erano oltremodo gravosi.

Di me, volgarmente si disse che frequentai l’Università in Ferrari.

Sì è vero, ero studente universitario e giravo in Ferrari.

Beh! Ero figlio di papà, però per un figlio di papà è più difficile studiare.

Quel giorno, dopo l’esame di laurea con i miei genitori sempre più commossi e felici, iniziò per me quella vita nuova che avevo sempre sognato.

La sera, detti una piccola festa al Casanova, una discoteca di Torino con alcuni amici di belanda, ovvero amici di piacevole e divertente far niente, di bella vita.

Per l’occasione mio padre, lasciò che ci scambiassimo le macchine.

Avevamo entrambi una Ferrari. Io una Dino 246 GT e lui una 365 GTC4.

Trascorsi una serata memorabile.

Ero un vincente, giovane, ricco e pieno di donne. Non mi mancava niente.

Avevo tutto quello che serve per essere una persona felice.

Sfruttai quell’attimo di successo per chiedere a mio padre alcune concessioni, tra cui una vacanza a Saint Tropez con Federica, la fiamma del momento.

Federica, bionda, altissima, con due grandi occhi neri  sul viso racchiuso in un ovale perfetto, era incantevole.

Camminava a passi ampi e leggeri, lievemente ancheggianti e incrociandola, non c’era uomo che non restasse ammirato a guardarla.

A Saint Tropez, le nostre giornate iniziavano verso le tre del pomeriggio. Facevamo una piccola colazione e andavamo al mare, dove la mia compagna sfoggiava dei microbikini che toglievano il fiato e  ci fermavamo con gli amici sino all’ora dell’aperitivo.

Poi c’era la cena. Si partiva tutti quanti in gruppo, verso qualche ristorante nell’entroterra, correndo come pazzi sulle nostre velocissime macchine. Ricordo Alfredo con la sua Miura SV, Jacques con la sua Porche targa 911 S, Philip con una superba Rolls-Royce Corniche bianca e Guido con una Bizzarrini, la più bella di tutte.

A tavola, sempre allegri e accompagnati da ragazze, si scherzava e si rideva, e sicuramente chi ci guardava non poteva fare a meno di invidiarci.

Avevamo tutto e il meglio di tutto. Eravamo un gruppo di giovani pieni di vita e di disponibilità.

Terminata la cena, iniziava la lunga notte che si protraeva sino alle quattro, le cinque del mattino, al Papagayo, il locale à la page, dove si incontrava gente di ogni tipo: industriali, ricchi uomini di affari, nobili di vecchie e illustri casate, playboy, attori e faccendieri.

Personaggi di ogni specie e natura, intorno ai quali, si muovevano sempre donne fantastiche e spregiudicate puttane internazionali.

Impegnato in queste gradevoli incombenze, trascorsi una settimana, senza risparmiarmi e infine dopo un’ultima notte di bagordi, all’alba partii con Federica alla volta di Montecarlo, per trascorrervi gli ultimi due o tre giorni di vacanza.

Strada facendo, sulla litoranea, più o meno verso le sette, ci prese voglia di fare l’amore e vi assicuro che farlo a quell’ora del mattino, dopo un’insonne notte di stravizi, con il caldo estivo e in una macchina a due posti, non è il massimo della comodità.

Fu una scopata terribile.

Ma le cose andavano così. Si faceva tutto quello che si aveva voglia di fare e la bellezza  di quel tipo di vita, consisteva nella possibilità di fare tutto, come se non ci fossero né limiti né impedimenti alla realizzazione dei propri desideri e tale sensazione di onnipotenza derivava sì dal benessere, ma soprattutto dall’arroganza della giovinezza e rendeva ebbri,  perché si viveva in un meraviglioso e perenne stato di euforia.

A Montecarlo, ci fermammo all’hotel Metropole un paio di giorni per riposarci dagli eccessi di Saint Tropez, tra la piscina, tante buone dormite e qualche giocata al Casinò, dove rammento che vinsi una discreta somma di denaro.

A quei tempi, tutte le ciambelle mi venivano col buco.

Dopo Saint Tropez, accompagnai Federica  a Milano e me ne tornai al borgo natio selvaggio, dove mi aspettava l’azienda.

Mio padre non cercava che questo. Voleva che qualcuno gli desse il cambio. Voleva, e aveva ragione di volerlo, riposarsi un po’ e così partì in vacanza con tutto il resto della famiglia, mentre io restai al paese a iniziare la mia vita da industriale.

Sul finire di agosto, dopo due mesi di lavoro, andai per qualche giorno da Federica, nella casa dei suoi genitori a Desenzano sul Garda e da lì partimmo per Malindi.

Fu una vacanza meravigliosa. Era la prima volta che vedevo un paese tropicale e rimasi talmente colpito da quelle fantastiche spiagge bianche, che in seguito sono andato a cercarle tante altre volte, in India, in  Messico, in Brasile.

Dopo il Kenya, andai a Torino per dare l’esame di stato e una notte a Desenzano, in casa di Federica arrivò la telefonata di una compagna di Università di mia sorella. Fu Federica a prendere il telefono. Le fu comunicato che il giorno prima, il 26 ottobre 1972, mio padre era morto ad Imola in un incidente stradale, mentre tornava da Venezia con mia madre che fortunatamente ne uscì illesa.

Ricordo che Federica non ebbe subito la forza di dirmi quanto fosse successo e accennò sommariamente ad un incidente automobilistico.

Partimmo immediatamente.

Al primo autogrill, dove ci fermammo a prendere un caffè, comprai un quotidiano. Federica, prima che lo aprissi, me lo strappò di mano.

Da quel giorno la mia vita che era stata come un sogno, piena di successi e di cose meravigliose, cominciò a scricchiolare e non fu più bella e spensierata come prima.

Cominciarono subito le prime discussioni con la famiglia per questioni di carattere ereditario, non per la divisione del patrimonio, quanto per le responsabilità, che nessuno al momento, poteva o voleva assumersi.

Mio fratello era troppo piccolo, non avendo ancora diciotto anni, mia sorella doveva finire l’Università e  mia madre, non essendosi mai occupata degli affari di famiglia, non era in grado di attendere alle necessità del caso.

L’unico coglione disponibile ero io.

Fui io a dovermi accollare quell’onere gravoso, tutt’altro che semplice, gettando all’ortiche, la mia laurea, le mie conoscenze, le mie amicizie, relegato in un paese da terzo mondo, lontano da tutto quello che conta, da tutto quello che di importante accade, per dedicarmi ad una azienda, che per giunta cominciava anche a non andar più tanto bene, per una politica regionale ottusamente di sinistra, che non aperta a quel tipo di industria la avversava in ogni modo, creando difficoltà e impedimenti tali da   renderne impossibile la gestione.

In questo clima, famigliare e politico, facevo l’industriale a tempo pieno, lavorando tutta la settimana e la belanda finì.

Mi concedevo solamente qualche week-end ogni tanto, per andare a trovare i miei amici che purtroppo, pian piano, andavo perdendo.

A volte ero a Torino o a Milano, altre volte a Santa Margherita Ligure o a Riccione.

D’inverno, andavo  a Cortina, qualche volta a Megève.

Passai quattro anni in questa maniera, alternando a quelle boccate di vita, dei brevi viaggi di pochi giorni, in Europa.

Visitai Amsterdam, dove ricordo che per la cretinata di essermi portato soltanto delle scarpe nuove, passai tre giorni con un pauroso mal di piedi.

Era un fine settimana, a cavallo tra i mesi di Aprile e di Maggio e c’erano tre giorni di festa di seguito: la domenica, il I maggio, il compleanno della Regina d’Olanda.

Tre giorni durante i quali, tutti i negozi chiusi, non potei acquistare delle calzature comode e fui costretto a girare per la città con quelle terribili scarpe nuove che mi straziavano i piedi.

Rammento ancora la mattina in cui partii, con quale gioia, prima ancora di fare colazione, comprai  un paio di Clark.

Purtroppo la vacanza era finita e l’unico ricordo che ho di Amsterdam, è il mal di piedi.

Feci un altro piccolo viaggio a Budapest, con tre amici, passando prima a Belgrado, per vedere la finale della Coppa dei Campioni. Giocava la Juventus contro l’Aiax. Perse la Juve uno a zero.

A Budapest, che  allora era sotto un regime molto  duro, con la città invasa di polizia e di militari, conobbi Piroska, Piri per gli amici, una ragazza carina, molto disponibile e attenta alle mie necessità di ospite in un paese straniero. La sua compagnia fu molto piacevole.

Dell’Ungheria, ricordo bene la Puszta, la grande, bellissima sconfinata pianura ungherese, dove correvano cavalli allo stato brado, nell’aria pregna di polline di pioppo.

Eravamo in maggio.

Questa fu la vita di quegli anni, sostanzialmente piuttosto piatta, che si ravvivava solamente in qualche fine settimana.

In quelle pause, mi concedevo soggiorni in splendidi alberghi, mangiavo in ottimi ristoranti e mi concedevo la compagnia di qualche bella donna.

Era già qualcosa, ma non poi tanto. Anzi era tutto abbastanza insignificante, perché dentro di me, ovunque andassi, c’era l’assillante impegno di tornare alla direzione dell’azienda, alla vita in quel paese ottuso, dove ormai non riuscivo più ad identificarmi con i suoi abitanti.

E così continuò, sino al novembre del 1976.

Mia sorella che viaggiava frequentemente, un giorno mi parlò in maniera talmente entusiasta di New York, da invogliarmi a visitarla.

Preso dal lavoro e dagli impegni, che erano sempre più pressanti, non ero del tutto sicuro di potermi concedere una vacanza.

Avevo paura di lasciare, per un tempo così lungo, il lavoro che quotidianamente necessitava del mio interessamento, però pensai che rompere la routine per qualche giorno, mi avrebbe fatto sicuramente bene e  allora decisi di andare.

Prenotai una camera al Waldorf Astoria e partii alla volta della grande mela, per una quindicina di giorni.

Appena arrivato, mi misi in contatto con Ricky, un caro amico di Bologna, compagno di collegio a Firenze,  che spesso incontravo in vacanza.

Ricky apparteneva a un’importante famiglia di industriali bolognesi di nobile discendenza. Era conte, un vero signore, sia nei modi, che nell’animo e soprattutto vero amico. Viveva ormai da qualche tempo a New York, dove lavorava in una banca d’affari.

Con lui, che mi fece da cicerone, conobbi la città e me ne innamorai a prima vista.

A New York, si respirava un’aria di libertà che a noi italiani era sconosciuta. I rapporti con la gente erano semplici e soprattutto mi sembrò che gli abitanti di quella città avessero due vite separate e riuscissero a coniugare lavoro e divertimento, come se fossero completamente avulsi l’uno dall’altro.

I newyorkesi, vivevano in maniera totalmente diversa dai miei conoscenti italiani, che quando si usciva continuavano sempre a parlare dell’azienda, degli operai, dei sindacati, delle banche e così via, non riuscendo mai a staccare la spina.

Una noia indescrivibile.

L’unico vantaggio che veniva da certe frequentazioni, era che le fidanzate o le mogli di quegli stacanovisti del lavoro, erano stanche di un simile ménage e allora, non era troppo difficile portarsele al letto. Bisognava solamente farle divertire, farle sorridere, cose che con i loro compagni, da tempo, avevano cessato di fare.

A New York invece ci si divertiva e quando si usciva, non si parlava mai di lavoro. Ho passato diverse sere con le stesse persone e non ho mai saputo che attività avessero.

Quando a fine giornata Ricky lasciava il lavoro, mi portava spesso con sé a qualche party, da dove ne uscivamo sempre con delle ragazze, per poi chiudere la serata nei locali più esclusivi della città.

All’epoca, un locale molto in voga era l’Infinity.

C’era usanza tra i giovani di fumare erba, abitudine alla quale subito, con grande piacere, mi adeguai.

La prima sera che fumai ed era anche la prima volta  della mia vita, dopo un momento di panico iniziale, per quella strana, indescrivibile sensazione che dà l’erba, mi trovai pervaso da un’incontrollabile euforia, al punto che trovandomi in una discoteca, dovetti uscire a prendere una boccata d’aria, cercando di riordinare le idee.

Una ragazza, con cui avevo chiacchierato un poco, mi seguì fuori,  chiamò un taxi e mi condusse in giro per la città di notte.

Ho ancora in mente come fosse ora, l’atmosfera insolita di quella metropoli addormentata, dove il silenzio era interrotto solamente da qualche sirena della polizia che passava, e dalla macchina, guardavo le torri altissime luccicanti di riflessi che incontravamo lungo la strada. Uno spettacolo abbagliante che le nostre città europee, seppur bellissime, non offrono. Alla fine della corsa, scendemmo in una piccola strada, dove la ragazza abitava, dietro l’hotel Pierre.

La sua casa era particolare. Non so se fosse bella, ma sicuramente era originale.

Il soggiorno, aveva i muri dipinti di lacca nera, sui quali risaltava il soffitto decorato con stucchi bianchissimi.

Le finestre, piuttosto grandi, con vetri a piccoli riquadri, erano anch’esse bianche. Non ricordo altro di quell’appartamento, ma me n'è restata la sensazione di piacere.

Su comode poltrone, cominciammo a parlare e a fumare dell’altra erba.

Questa volta, l’effetto, non fu sconvolgente e con la mente decisamente più lucida, intuite subito le ovvie mire della ragazza, finimmo a letto e facemmo l’amore fino a mattino fatto.

Quando alle due del pomeriggio, mi svegliai, lei era ancora vicino a me.

Finalmente la potei guardare con occhio lucido e senza ottenebramenti. Sollevai il lenzuolo per osservarla. Era completamente nuda. Non che fosse granché, però aveva due tette da gran premio e sicuramente erano state quelle ad attirare la mia attenzione la sera prima.

Eccitato da tanta opulenza, la presi ancora un’ultima volta, prima di chiamare un taxi per tornarmene in albergo.

Credo di non averle chiesto come si chiamasse. Il suo nome non lo ricordo.

La vacanza terminò, ma quella splendida città lasciò in me un segno profondo e il desiderio di tornarvi.

Desiderio che non si è mai spento, tant’è che diverse altre volte vi ho trascorso brevi vacanze.

Quei pochi giorni americani, mi fecero capire quanto stessi sbagliando nel continuare a vivere in quella maniera assurda, consumando la mia esistenza in cose che non mi arrecavano alcuna soddisfazione, vivendo fuori da tutte le rotte sociali, facendo un lavoro che non mi piaceva assolutamente e soprattutto tirarlo avanti da solo, senza che nessun altro della famiglia, se ne interessasse minimamente.

Decisi allora di vendere l’azienda e cominciare a vivere la mia vita.

Sulle prime, non fu facile farlo intendere ai miei congiunti, ma poi tutti se ne dovettero fare una ragione e da quel momento presi a lavorare con una nuova prospettiva: quella di andarmene al più presto.

Avrei dovuto rinunciare a un certo benessere. Questo lo sapevo, ma non me ne importava nulla. Non stavo vivendo. Vegetavo e tanto mi bastò per essere tenace nel mio intendimento.

Un appartamento a Roma, che nella spartizione dell’asse ereditario era toccato a me, situato in una zona residenziale piuttosto importante, era un attico di grandi dimensioni, con delle magnifiche terrazze. Dato sempre in affitto, aveva bisogno di essere ristrutturato.

Detti l’incarico a un buon architetto, il quale, lo rivoltò da cima a fondo, traendone un’abitazione moderna ed appariscente, tanto che chiunque la visitasse, la trovava bella.

Aveva i muri pitturati a cera cinese, tamponata a mano, i mobili su misura, disegnati da me e dall’architetto,  un grande soggiorno con ampi divani ed un caminetto che, in verità, non fu mai acceso e poi, c’era il mio salottino preferito, nel quale feci realizzare un gazebo con un giardino d’inverno, complice di piacevoli chiacchierate e non solo…

Una moquette di color bianco ghiaccio copriva i pavimenti di tutta la casa.

Naturalmente c’erano altre stanze e tutte ben arredate, ma il pezzo forte dell’appartamento era il mio bagno personale. Diviso in tre parti comunicanti, senza porte: la prima con due lavabi incassati in una lastra di granito, la seconda, un vestibolo con le pareti interamente rivestite di legno di radica grigio e dei sofà per rilassarsi dopo il bagno, infine la terza stanza, quella con la vasca. Una vasca di granito nero, di forma ottagonale, dove si poteva fare il bagno, e più di una volta è stato fatto, in tre o quattro persone.

Il bordo, largo circa venti centimetri, era sempre pieno di bicchieri, bottiglie, sigarette e altre cose, sì da avere sempre tutto a portata di mano.

Nelle sere d’estate, con delle ragazze, per combattere il caldo terribile che c’era in casa, tra un bagno e l’altro, ci ho passato notti intere.

Ormai vivevo a Roma.

Al paesello, ci passavo solamente il tempo strettamente necessario per mandare avanti il lavoro, in attesa di trovare un compratore per l’azienda.

Facevo la spola tra l’Umbria e Roma, partendo  il venerdì pomeriggio per ritornare il lunedì mattina e  a metà settimana, solitamente il mercoledì, ero nuovamente a Roma, dove in pratica vivevo quattro giorni su sette.

Di giorno, andavo per i vicoli e le piazze della città con la macchina fotografica sempre appesa al collo, soffermandomi a ritrarre di tutto.

La meta preferita era Piazza Navona, bellissima e piena di gente, dove mi fermavo spesso a mangiare nei suoi ristoranti.

In quella piazza ho conosciuto una quantità incredibile di persone, tutte speciali nelle loro particolarità, appartenenti ad ogni razza e categoria sociale: turisti, pittori, madonnari, musicisti, attori, attricette, preti,  ladri, commercianti, venditori ambulanti, spacciatori, puttane, omosessuali e chi più ne ha, più ne metta.

Ho conosciuto tutto quello che si poteva,  ho visto tutto quello che c’era da vedere e per la prima volta nella mia vita, dentro a quel macrocosmo, mi sono sentito affrancato dalle ottuse convenzioni piccolo-borghesi che mi stavano avvelenando l’esistenza.

Finalmente, ero libero. Libero di frequentare qualsiasi persona, di fare qualunque cosa. Libero nel corpo e nello spirito.

Purtroppo, quel tempo è volato in fretta e non tornerà più, ma non baratterei il suo ricordo con un secolo a venire di esistenza insignificante e mediocre, perché oggi, io sono quello che sono stato in quei giorni.

La leggenda della mia vita, come direbbe Hesse, è stata scritta in quei meravigliosi, ineguagliabili, anni romani.

E poi c’erano le notti!

Ristoranti, piano-bar, cinematografi, teatri erano le tappe obbligate sino alla mezzanotte, prima di iniziare il giro dei locali notturni.

La notte era sempre una festa e durava sino alle tre, le quattro e anche più.

Ero accompagnato sempre da belle ragazze. Ne conobbi tante ed ebbi moltissime avventure.

Accadeva regolarmente che il venerdì sera uscissi con una, per poi cambiarne un’altra il sabato ed un’altra ancora la domenica.

Facevo questa vita, che mi piaceva sempre di più, non solo perché mi divertivo, ma soprattutto perché vivevo in mezzo a gente allegra e mondana, mentre in Umbria vegetavo, frequentando paesani di nessun interesse, noiosi e retrogradi.

Tra tutte le conoscenze, avevo messo insieme  un gruppo di amici divertentissimi.

Con alcuni frequentavo musei e  mostre d’arte, né mancavano gli amanti della lettura, con i quali si intavolavano animate discussione e poi c’era la musica.

Non so quante sere ho passato ad ascoltare musica, a casa mia o di altre persone e sono innumerevoli i concerti ai quali sono andato.

Intanto, la mia attività di industriale andava sempre più calando.

Il mercato si stava modificando e non si guadagnava abbastanza da condurre un’azienda che abbisognava sempre più di maestranze e nuove tecnologie.

Per adeguarsi alle crescenti necessità, si richiedeva una profusione di mezzi che non avevo a disposizione.

Sul finire del 1978, trovai un compratore e quell’ossessionante attività uscì dalla mia vita.

Mi sembrò di rinascere. Ricominciai a vivere.

La vendita non fu particolarmente brillante, però fui ugualmente soddisfatto, perché quando hai un tumore e te lo portano via, se nell’operazione se ne è andato un piede o una mano, perché tu possa continuare a vivere, chi se ne frega, tanto da morto,  a che ti servirebbe essere tutto intero?

Tanja

 

Quella domenica, quando mi svegliai, era già mezzogiorno.

La sera precedente avevo fumato l’ultimo Montecristo e mi ero proposto di acquistarne degli altri l’indomani, da certi mercanti russi a Porta Portese,  ma considerata l’ora ormai tarda, rimasi al letto sonnolente  a godermi il risveglio.

Il chiarore della luce mattutina, che dalle imposte socchiuse entrava nella stanza, annunciava una magnifica giornata.

Quando fui completamente desto, Bettina, la domestica, mi portò un caffè e il giornale.

Dopo aver indugiato ancora qualche minuto sotto le lenzuola, m’infilai una vestaglia, e andai a vedere se i fiori avessero bisogno d’acqua.

L’idea dei fiori, era stata dell’architetto che aveva progettato l’appartamento e aveva messo piante  ovunque e di ogni tipo.

Con il tempo, quelle all’interno, nonostante le cure di Bettina, che però ahimé non era una grande floricoltrice, morirono, mentre fuori sulla terrazza che circondava la casa, alcuni vasi di ortensie resistevano all’incuria e all’intemperie.

Forse perché uniche sopravvissute, a quelle piante mi ero affezionato e a modo mio cercavo di curarle, purtroppo però, anche se vissero un anno di più rispetto alle altre, anch’esse se ne andarono, secche e mangiate dai parassiti.

Pazienza. Sic transit gloria mundi!

Sulla terrazza, il sole riscaldava senza bruciare, facendo sentire sul viso i suoi tiepidi raggi, infondendo nell’animo quella gioia che viene dal contatto diretto con la natura.

La primavera stava finendo e timidamente arrivava l’estate.

C’era nell’aria un calore gradevole che invitava a uscire di casa e invogliava a starsene fuori, seduti all’aperto in uno dei tanti bar della città, a leggere il giornale davanti a un aperitivo.

Feci una doccia e mi vestii.

Rammento ancora il mio abbigliamento, perché ad esso è legato il destino della giornata.

Indossavo un abito di gabardine color nocciola chiaro, camicia bianca, fazzolettino bianco al taschino, una cravatta di seta morbida blu con dei quadratini color giallo scuro e mocassini di Fragiacomo color becco d’oca.

Sempre contrario alle scarpe di qualsiasi colore diverso dal nero, ad esclusione dello scamosciato, allora ero giovane e ogni tanto indulgevo ai dettami della moda.

Si era fatto troppo tardi anche per l’aperitivo e mi era venuta una gran fame. La sera avanti, avevo bisbocciato e il mio stomaco reclamava un abbondante pasto.

Roma è piena di ristoranti, ma avevo voglia di una grossa bistecca alla fiorentina e allora optai per Pellegrino in via Sicilia, dove si gustava un’ottima cucina toscana.

I tavoli all’interno erano tutti occupati. 

Giulio, il maitre del ristorante mi procurò un tavolo all’aperto nel dehor.

Il tempo era splendido, si stava magnificamente.

Aspettando la bistecca, sorseggiai un bicchiere di Chianti e detti una scorsa a Il Messaggero.

Una ragazza bionda, longilinea, alta, ben vestita, all’apparenza straniera, se ne stava in piedi sull’uscio, nell'attesa che si liberasse un tavolo.

Era sola. Domandai a Giulio se la conoscesse, se avesse potuto darmi qualche informazione su di lei. 

L’aveva vista altre volte. Non sapeva chi fosse, ma rispose che se avessi avuto piacere di averla al mio tavolo, le avrebbe chiesto di sedersi con me.

La proposta sembrò buona e Giulio si comportò di conseguenza.

La ragazza, felice di accettare il mio invito, si sedette, tendendomi la mano per presentarsi.

Si chiamava Tanja.

Dopo avermi ringraziato per il cortese gesto, tenne a precisare che era felicissima di essere mia ospite, ma soltanto per il tavolo, non per il pranzo, altrimenti non avrebbe potuto accettare.

Con fare distratto, le risposi di non pensare a quello e le versai del vino.

Disse di venire spesso da Pellegrino e di avermi notato.

Da parte mia, le confessai di vederla per la prima volta e mi scusai di trovare imperdonabile il non essermi accorto di una così bella donna.

Il complimento le piacque e un sorriso ad occhi bassi le illuminò il volto.

Era sensibile alle galanterie e avvertii, nei suoi tratti comportamentali, un evidente interesse nei miei confronti.

Di ottimo umore, spontanea nei modi e spigliata nella conversazione, aveva un carattere allegro e gioviale.

La giornata stava avviandosi bene. Il pomeriggio era ancora tutto davanti a noi.

Fu lei ad avviare la conversazione, chiedendomi chi fossi, cosa facessi, se vivessi a Roma e via dicendo, inanellando una serie di domande, le solite che due estranei si rivolgono quando s’incontrano per la prima volta.

Lei, nata e cresciuta a Mosca, era in Italia da qualche anno. Viveva con una sua amica in un appartamento in Via Sicilia, vicino al ristorante.

Quando il pranzo terminò, nonostante le sue rimostranze, fui io naturalmente a pagare il conto e per ringraziamento ricevetti un casto bacio su una guancia, insieme a un sorriso intriso di malcelate promesse.

All’uscita dal ristorante, andammo da Doney, in Via Veneto.

Seduti a un tavolo, Tanja con un gesto brusco, stavamo bevendo un caffè, fece rovesciare una tazzina che riversò il suo contenuto  sul mio vestito, formando una grossa macchia scura su entrambe le gambe.

Ci restò malissimo.

La vidi imbiancare e irrigidirsi per la vergogna.

Era mortificata e balbettava parole di scusa per l’accaduto e sebbene io la rincuorassi, dicendole che il vestito, portato in lavanderia sarebbe tornato come prima, lei sembrava non darsi pace.

Niente mancò che si mettesse a piangere.

Era visibilmente provata dall’incidente e continuava a ripetere: - Che stupida sono stata, quanto mi dispiace. -

Mi faceva tenerezza, perché capivo quanto dovesse sentirsi in colpa per quella sciocchezza.

Era soprattutto dispiaciuta di avermi guastato la giornata, vedendo che, non potendo restare in quelle condizioni, sarei dovuto tornare a casa.

Cercai di rassicurarla anche su questo, facendole presente che non abitavo troppo distante da Via Veneto e l’episodio non avrebbe compromesso i miei programmi pomeridiani.

Le chiesi se avesse degli impegni.

Non ne aveva e la invitai a passare il pomeriggio con me, prima però era necessario che mi fossi cambiato d’abito.

L’incidente aveva acceso in lei un senso di colpa che la induceva a scusarsi in continuazione e a farla parlare ininterrottamente, passando da un argomento all’altro, arrivando in questo suo particolare flusso di coscienza a darmi anche una giustificazione dell’essere sola al ristorante.

Da pochi giorni, si era lasciata con il suo uomo, un avvocato, sposato, che provvedeva in tutto e per tutto ai suoi bisogni.

Per questa sua dichiarazione, l’apprezzai ancora di più, per il coraggio di essersi messa a nudo senza falsi pudori, contrariamente a tante altre ragazze che, pur nella medesima condizione, mascheravano con patetiche bugie la loro reale situazione.

Rivelando spontaneamente la sua condizione,  denunciando una chiara e spigliata disinvoltura nei rapporti con gli uomini, dichiarava la sua disponibilità.

Arrivati a casa, appena entrati mi fece dei complimenti per l’appartamento spazioso e ben arredato.

La feci accomodare su una poltrona.

Le offrii da bere, misi della musica e tornò ad essere simpatica e allegra. La tristezza sembrava esserle scomparsa, anzi presa dalla casa, la visitò in ogni stanza, osservando tutto con interesse.

Terminata la visita, ci sedemmo su un divano.

Volli essere carino e l'avvicinai un poco a me. Le passai le mani tra i capelli e le detti qualche tenero bacio.

Il caffè, filtrato attraverso la stoffa, stava impregnando appiccicosamente anche le mie gambe.

Mi dovevo lavare e allora entrai in bagno e aprii l’acqua nella vasca.

Aspettando che si riempisse, tornai da lei e in una situazione che stava viaggiando verso un felice epilogo, iniziammo a flirtare.

Solo allora notai quanto Tanja fosse  desiderabile.

Alta, con il corpo snello dalle giuste proporzioni, aveva gambe lunghe  dalla caviglia sottile come un  cavallo di razza.

La sua pelle  liscia e levigata era bianchissima, tanto da assumere una consistenza diafana.

I capelli, biondi di tonalità chiara, avevano una brillantezza smagliante e, colpiti dalla luce, emettevano riflessi color dell’oro.

Gli occhi, grandi e celesti, tagliati leggermente a mandorla, donavano al suo viso un’espressione morbida e dolce, ma la parte più bella del suo corpo erano le spalle, che al ristorante non avevo notato, perché indossava una giacca che poi a casa si era tolta.

Un top oltre a evidenziare il suo seno, lasciava completamente nude le spalle, larghe e ben tornite, con le scapole appena pronunciate. Una schiena, degna di una bagnante di Renoir, che terminava in un giro vita sottile, da cui si dipartivano le rotondità dei fianchi.

Era bella e non avevo mai avuto una ragazza russa.

L’acqua ormai cadeva nella vasca già da un po’ di tempo e scusandomi, la lasciai in salotto per entrare in bagno, tirandomi dietro la porta, senza chiuderla a chiave.

Dopo qualche minuto, mentre ero immerso nell’acqua, occupato nelle mie abluzioni, la porta si aprì lievemente e attraverso un sottile spiraglio intravidi il celeste dei suoi occhi che mi stavano osservando.

Feci finta di nulla e lei continuò a guardarmi.

Quel gioco durò qualche secondo, poi Tanja aprì la porta e in tutta naturalezza, fumando una sigaretta con un bicchiere in mano, si sedette sul bordo della vasca, mentre io continuavo la mia toilette.

Ci guardammo in silenzio, senza mascherare le nostre intenzioni che trapelavano dai nostri sguardi.

Le chiesi di spogliarsi. Dapprima si tolse il top, lasciando a nudo il seno prosperoso e ben modellato, poi venne la volta della sottana e delle calze, rimanendo solamente con un piccolissimo perizoma che le copriva appena il pube e metteva in evidenza due splendidi glutei separati da una diabolica, sottilissima striscia di tessuto, che moriva in una stupenda insenatura.

Con quell’evanescente slip, nella sua incantevole nudità, in piedi, di fronte a me, la guardavo rapito da tanta grazia.

Seguitammo a parlare.

Si conversò tranquillamente e ci si guardò più volte e a ogni minuto i nostri sguardi si fecero più seri e intensi.

Aspettai che finisse di fumare la sua sigaretta ed uscii dalla vasca.

Per mano, la condussi sotto la doccia, dove ci bagnammo insieme.

Con i capelli bagnati, aderenti alla testa, era ancora più bella, più sensuale e l’oro delle sue chiome bagnate, diventato più scuro, risaltava maggiormente sul candore della pelle.

Eravamo ambedue elettrizzati, e coperti da teli da bagno ci sedemmo sopra un divano, ma subito dopo Tanja si levò in piedi, lasciando scivolare sul suo corpo il telo che la copriva e strappò via la mia spugna, denudando anche me.

La condussi in camera da letto.

L’attesa, aveva trasformato il nostro desiderio in una debordante voglia di possesso, difficile da descrivere, senza sminuirne la bellezza con la razionalità di un racconto.

Il resto della giornata trascorse tra l’amore e la musica.

Piluccando qualcosa che era nel frigo, evitammo di uscire  per la cena.

La domenica, quell’incredibile domenica, era finita e verso la mezzanotte l'accompagnai a casa sua.

Ci siamo visti altre volte, ma non è stato più come quel primo pomeriggio.

Tempo dopo, rincontrandoci al Pantheon, i nostri ricordi sono subito corsi all’indietro, a quelle macchie di caffè.