IL CANE CHE CERCAVA SE STESSO

Prologo e L'addio alla famiglia

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Dello stesso autore

 

CRISTO A BROOKLYN

DONNE

UN’ESISTENZA COMPLICATA

BEHIND

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL CANE CHE CERCAVA SE STESSO

 

 

 

 

 

 

 

 

Racconto

 

 

 

 

 

Le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.

JOSE’ SARAMAGO.

 

 

 

 

 

 

 

 

Prologo

 

Questa e’ la storia di Timothy, yorkshire terrier, figlio di campioni di caccia ai topi, la caccia prescelta per i piccoli terrier.

Il papà e la mamma del nostro eroe, in gioventù, erano stati dei veri assi e parecchi erano i trofei che avevano vinto nelle gare di cattura, riempiendo tante volte di orgoglio il loro allevatore, quando nelle tenzoni erano riusciti a superare i loro avversari, per destrezza e abilità.

In questa atmosfera ratier, pregna di agonismo, venne alla luce Timothy purissimo esemplare della minuscola razza canina, dotato di finissimo olfatto, grandissima velocità e sorprendente aggressività, che spesso lo faceva apparire più un dobermann che uno yorky.

Anche lui fu dressato dallo stesso allevatore che già si era occupato dei suoi genitori.

Fin da piccolo Timothy vide il papà e la mamma ingaggiare velocissime corse con i piccoli ratti e batterli sempre in agilità e coordinamento, e da figlio di campioni quale era egli apprese a catturare la sue vittime con maestria sorprendente, con una tecnica talmente affinata che come un felino sguainava le unghie e placcava la preda a guisa di magnifico gatto.

Nella caccia i suoi muscoli erano tesi come corde di violino e i suoi nervi scattanti e vibranti come un arco pronto a scoccare la saetta micidiale e risolutrice.

I suoi movimenti non concedevano niente al superfluo, erano calibrati e misurati, mai esagerati e mai sottodimensionati all’impegno del momento.

Egli sapeva ben dosare le proprie forze al fine di avere sempre e comunque una riserva di energia, se uno sforzo ulteriore gli fosse stato richiesto.

Il suo fisico, come un motore potentissimo da cui mai si riesce ad attingere l’ultima goccia di energia, sì da potergli sempre chiedere un ultimo sforzo, lo faceva prevalere sugli altri cani e lo rendeva invincibile. Il Time lo aveva definito: “animale dal fisico ciberneticamente programmato, essenza di razionalità ed impulsi nervosi, miscuglio perfetto di volitività e possibilità, atleta olimpico nell’arte della lotta, ineguagliabile per classe e invincibile”.

E così il Daily  Mirror durante una competizione d’oltre oceano nel New England: “aggregato di bestialità e raziocinio al limite delle attitudini canine e alla soglia del discernimento intelligente”.

Crescendo Timothy era diventato bravissimo, sfidato da tutti, sempre usciva  vincitore da ogni contesa.

Con i gatti però riusciva a spuntarla quasi mai, perché erano più veloci ed avevano quella felinità propria della loro specie che costituiva l’elemento vincente su di lui, l’unico ostacolo alla sua canina supremazia, l’anello mancante nella catena di congiunzione con l’assoluto.

Timothy era stato selezionato per vincere, questo ben  lo sapeva, e vincere sui cani non destava in lui alcun interesse, perché ormai aveva assunto completamente la condizione di superiorità sui suoi consimili. Ma la superiorità relativa non gli interessava. Timothy in tutte le sue manifestazioni non aveva mai modelli di paragone.

Il primato assoluto era il suo vero traguardo.

Doveva essere il primo, il più rapido a catturare topi nel mondo animale.

Si sentiva nato per imprese particolari e il suo compito era quello di riscattare il suo sangue con azioni travolgenti, aldilà delle limitazioni impostegli dalla sua condizione genetica.

L’optimum lo avrebbe raggiunto aggregando alla sua tecnica innata la felinità e l’elasticità fisica di un gatto metropolitano costretto a vivere adoperando contemporaneamente tutti i sensi e facendo, per sopravvivere, costantemente appello alla rabbia di vivere.

Stagioni di sacrifici e di allenamenti avevano segnato la sua breve esistenza giovanile.

Il suo maestro di dressage aveva come suo cane personale uno splendido e poderoso akita-inu, importato direttamente da un allevamento giapponese.

Il grosso cane si interessò subito al piccolo yorky, riscontrando in lui uno spirito libero con grande sete di sapere e allora prese a parlargli di cose che Timothy non aveva mai sentito.

Gli parlò della calma interiore, dell’assenza di emozioni e gli insegnò a svuotare la propria mente dai pensieri, dagli affanni e dalle paure. Timothy, senza rendersene conto fu introdotto alla meditazione, quella più alta, la meditazione zen e con essa ottenne la padronanza delle proprie emotività, il totale controllo dei nervi, doti che unitamente all’esercizio fisico furono le armi del suo successo. Ogni giorno alternava ore di corsa ed esercizi fisici ad altrettante ore di meditazione.

Trascorreva giornate intere sulle scogliere di Bempton Cliffs, in contemplazione dell’orizzonte sul mare del Nord, il corpo acquattato a terra, il muso poggiato sulle zampe anteriori, con il vento gelido che gli faceva fluttuare il pelo nella brezza marina e lo ritemprava degli sforzi e fatiche sostenute.

In quei momenti Timothy pensava al suo destino e capiva di essere stato avviato ad una vita dura e difficile perché gli era stato inoculato il virus della competizione e cercava in ogni modo di non venir sopraffatto dal peso dell’agone, interrogandosi intorno alle proprie volontà, sì da essere sempre cosciente del suo stato di combattente, senza peraltro perdere il significato più intenso della vita che non è quello di vincere, ma di essere e divenire attraverso le esperienze della vita stessa.

Furono quelli anni di lotte e di ripensamenti, e fu sempre combattuto tra l’estasi della competizione e la necessità di calcare il mondo nella più assoluta atarassia per raggiungere quella felicità che l’agonismo mai avrebbe potuto dargli.

Dubbi ed inquietudini turbavano sempre più i suoi esercizi di concentrazione e di rilassamento, mediante i quali cercava di annullare la sua nevrotica fisicità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’addio alla famiglia

 

Si fece cane adulto e lasciò la comunità degli yorkshire per vivere con due ragazzi che viaggiavano molto.

Vedendo nuovi mondi avrebbe fatto nuove esperienze e conoscenze.

Avrebbe sicuramente gareggiato con topi di ogni tipo e soprattutto avrebbe avuto occasione di incontrare qualche bel gatto.

I suoi padroni stavano partendo per Roma, città antica e meravigliosa, con i suoi rioni vetusti e nobili, popolati di gatti incredibili e micidiali.

Avrebbe visto il Pincio e l’Aventino con i loro panorami e i freschi venticelli di ponente che smorzano gli ardori della calura, inondando di frescura la maestà delle cupole e delle rovine, piazza di Spagna con le azalee e gli eleganti e raffinati atelier, piazza Navona con i pittori e saltimbanchi, la fontana di Trevi con le monetine e gli zampilli di acqua e le cascatelle, il Pantheon con la sua antica magia ed i piacevoli tavoli di bar, Caracalla con i vetusti abeti e la grandezza dei Fori Imperiali, ma soprattutto avrebbe visitato Trastevere, la vecchia città ferma nel tempo con il ripetersi di gesti secolari in stradine e vicoli che videro Papi e carbonari, Pasquini e giannizzeri.

Trastevere, in questa contrada ancora il pane sa di pane, si beve ancora l’acqua alle fontane e si sente ancora parlare il dialetto romanesco di Belli e Trilussa, ed è bellissimo abbandonarsi all’ebbrezza del vino dei Castelli delle sue osterie, seguendo la teoria dei faccendieri e popolane macchiette che sfilano in un andirivieni di rumori e di odori penetranti che costituiscono l’etere magico della romanità.

Costì, anche lo straniero si sente romano ed anche egli entra rilassato nell’ambiente, per niente turbato dalla storia che lo circonda, perché solo in Trastevere la quotidianità diviene poesia e si pone naturalmente presente nello scorrere del tempo, senza venir minimamente lambita dal potere dilavante dell’eternità.

Timothy aveva sentito parlare di Trastevere.

Si era immaginato questo suburbio come una palestra di vita randagia incomparabile.

Che cosa doveva essere un gatto trasteverino!

Il vecchio quartiere romano offriva un campo di caccia difficilissimo, dove mille rifugi avrebbero potuto trovare i topi, anch’essi trasteverini.

Tra gli antichi antri dei palazzi, i giardini, le fontane, i muri crepati, le automobili e le fontanelle, solamente un vero cacciatore avrebbe potuto avere ragione della sua preda.

Timothy doveva conoscere tutto su questi gatti, era importante che egli sapesse cosa pensavano, come dormivano, cosa mangiavano.

Doveva penetrare nell’anima del gatto e solo così avanzandolo psicologicamente avrebbe potuto colmare quella distanza dovuta alla diversa conformazione fisica e cromosomica che costituiva il vero ostacolo da superare. Il gatto era il punto di convergenza dell’abilità venatoria, il compendio delle doti che andava cercando.

L’indifferenza e la freddezza sono le vere doti di codesto animale socialmente inferiore, mai completamente soggiogato dai voleri del padrone, ma perfettamente dominatore di sé stesso, autosufficiente in tutto ed integrato nell’area metropolitana, come un leone nella savana.

Di questi felini trasteverini, doveva conoscerne almeno uno!

E finalmente ecco Roma! Il clima dolce e compassato e la misticità romantica dell’antica città fecero presa sull’animo del nostro piccolo cacciatore che si sentì subito apatico e meravigliosamente pigro nella più squisita tradizione romana.

Il caldo sole italiano ammorbidì immediatamente la dura corteccia britannica, temprata al gelido vento dello Yorkshire.

Si sentiva scorrere il sangue più caldo nelle vene e mai come adesso provava piacere a sonnecchiare al sole, trascorrendo le giornate nella più assoluta pace, intendendo solamente lasciarsi vivere, spontaneamente, senza preconcetti e pregiudizi.

Così anche la smania di gareggiare e di intrecciare tenzoni con gatti e topi gli si andava smorzando e pensava sempre meno allo scopo del suo viaggio, che soprattutto era quello di arricchire la sua esperienza di sportivo.

Al contrario egli si arricchiva ogni giorno vieppiù di umanità e di vita che ora gli sembrava densa di valori nuovi e sconosciuti sino a quel momento.

I valori, che avevano sempre messo in moto il suo io e segnato le tappe della leggenda della sua vita, gli sembravano vuoti e mediocri rispetto alle sensazioni che questa nuova atmosfera gli procurava.

Non riusciva più a trovare punti di contatto tra il suo passato ed il presente incredibilmente diverso.

Sentiva vanificato tutto il suo bagaglio filosofico - esistenziale nell’impatto crudo con questa splendida e vibrante realtà, fatta di umane cose e calde verità che gli veniva inoculata dalla permanenza nella città eterna.

Tutto era straordinariamente nuovo quaggiù. Immerso nell’abbraccio del clima mediterraneo, Timothy stava perdendo la fierezza libresca di rappresentante del Regno Unito, stava diventando romano, poeta e sognatore, apatico e passionale, sentimentale e romantico.

Era ormai contagiato dalla realtà millenaria della splendida città e forse per la prima volta si sentiva finalmente compiacente verso le cose della vita.

Un mattino di maggio, in una di quelle giornate primaverili romane, in cui è proprio impossibile non andare a spasso, con i suoi padroni fece una passeggiata per la città.

Abitavano sulla Cassia ed il primo rione che toccarono fu il Fleming e là si fermarono in un caffè.

Poteva essere una buona occasione per incontrare un bel gatto romano, di rione, e guarda caso proprio dinanzi al bar, in un angolo tra un tavolo ed una fioriera ce ne era uno di razza inidentificabile, striato di rosso, con pelame di sottofondo bianco-latte.

Ma Timothy in quelle rosse striature ebbe l’impressione di scorgere un gatto irlandese, tipo che ben conosceva perché molto diffuso nel Regno Unito e lo snobbò, ritenendo che Roma avesse ben altro da offrirgli. Attraverso la frescura dei platani in fiore ed accarezzati da un leggero venticello, dopo aver toccato piazza Euclide e piazza Pitagora, i tre giunsero a Villa Borghese sul colle del Pincio.

Tra i busti marmorei e la maestosità classica del panorama apparvero due esemplari felini molto interessanti.

Erano questi soggetti tipicamente latini: irruenti, giocherelloni che trasudavano fierezza e dignità, doti peculiari naturalmente connaturate nell’ambiente aristocratico nel quale vivevano.

Aveva egli notato però gatti analoghi nelle vie di Piccadilly Circus ed anche questi non lo interessavano molto.

Nel gatto andava cercando l’elemento primordiale avulso dal contesto storico, forgiato nel presente, dove il sopravvivere è un fatto squisitamente quotidiano, che altro spazio oltre alle esigenze contingenti non offre e che prescinde totalmente da dissertazioni storico-temporali.

Quel miscuglio di perfidia, sornioneria, apatia, irriconoscenza e scaltrezza era l’elemento che si sforzava di trovare e che al meglio di tutto definisce il gatto.

Quando stava in casa, pensava sempre adagiato sul balconcino dell’appartamento, al suo passato che non gli sembrava né brutto né bello, ma semplicemente insignificante e certo in quegli istanti non gli veniva in mente di redigere un bilancio, ché gli sarebbe stato inutile, considerando vacui i dati a cui lo avrebbe riferito.

Non stava rinnegando i suoi trascorsi, ma si può dire che stesse mettendone in dubbio la spontaneità e la libera autonomia, quasi una misteriosa coercizione lo avesse spinto ad adoperarsi in atteggiamenti ed azioni di cui non vedeva più il fine realizzativo, ma solo agonistico, che poi era appannaggio del suo allevatore, non suo sicuramente.

Abituato alla meditazione, a Roma i suoi livelli meditativi erano scesi a problemi più spiccioli e al tempo stesso più elevati, perché riguardanti i fatti della vita, i quali pur presentandosi nella loro disarmante semplicità racchiudevano in essi i segreti del vivere fisico e spirituale.

Non pensava più a fatti astrusi ed esterni, ai problemi del suo animo, non si occupava più di training autogeno con cui autoconvincersi di essere il migliore, cercava bensì di capire perché non riuscisse a comprendere ciò che veramente andava capito.

La lotta ormai era ridotta completamente al superamento della sua condizione che non riteneva soddisfacente, anche se i gatti tuttavia ancora lo interessavano e lo incuriosivano, perché sicuramente erano più forti e meglio realizzati di lui e pertanto ad un passo di meno dall’Assoluto rispetto a lui, se l’Assoluto consisteva veramente nell’essere primo, nel non avere termini di paragone.