Leggere e rileggere

DI BELISARIO RIGHI

 

Rileggere un romanzo può offrire delle sorprese che non sempre sono gratificabili. La seconda lettura, se eseguita a breve distanza di tempo dalla prima, condurrà ad una migliore conoscenza dell'opera,  per quanto attiene l'argomento e lo stile con cui è stata redatta, mentre difficilmente modificherà il giudizio critico che si è formato. Il tempo, perché questo è l'elemento modificatore, se non ne è trascorso molto tra le due letture, non necessariamente ci coinvolgerà in una nuova interpretazione valutativa. In poco tempo non si possono leggere libri, in quantità tale da poter modificare la nostra educazione culturale e la rivisitazione dell'opera in questione, non ci indurrà a considerazioni troppo diverse da quelle già fatte al primo approccio. Ma se saranno trascorsi diversi anni dalla prima lettura e parecchi sono i libri che nel frattempo si sono letti, la nostra capacità di giudizio sarà senz'altro diversa e differente sarà la valutazione dell'opera e allora libri che trovammo bellissimi, ci appariranno, alla luce dell'attuale nostro livello culturale, non più tali e al contrario romanzi che in passato considerammo di poco conto, ci si riveleranno come veri capolavori. Ma può questo essere frutto soltanto di un maggior acculturamento, o invece deve intendersi come cambiamento della nostra sensibilità intellettuale? Risposta difficile a darsi e credo impossibile, perché le modificazioni del nostro io e della sua conseguente vis esegetica, sono irreversibili e non consentono di ripercorrere a ritroso le tappe del cambiamento. In ogni caso rileggere, a distanza di anni, un'opera che riteniamo importante, è cosa giusta perché è l'unico modo per saggiarne il vero valore e verificarne il reale impatto che ha su di noi.

Diciotto anni fa, lessi, su consiglio di un amico, Festa mobile di Ernest Hemingway. Conoscevo già abbastanza questo scrittore per aver letto alcuni suoi libri e non mi aveva mai eccessivamente entusiasmato, eccezion fatta per Il vecchio e il mare, che ho sempre considerato, come tuttora considero dopo diverse letture, un'opera degna di grande valore e volli, proprio per sincerarmi se Hemingway avesse da offrirmi altro, leggere un altro suo libro. Il romanzo è breve e lo lessi tutto in una sola tirata, facilitato anche dallo stile asciutto e corrivo che è la dote più significativa dello scrittore. Mi piacque tantissimo e non mi peritai a definirlo il suo più bel libro ( non avevo ancora letto Fiesta), tanto che subito dopo lessi altri suoi lavori, che però non riuscirono a rimuoverlo dalla prima posizione che gli avevo assegnato.

Sino a qualche giorno addietro non ho più letto Hemingway, ma scorrendo sul web un articolo riguardante la personalità di Francis Scott Fitzgerald, mi ricordai che il suo amico Hemingway, ne aveva stilato un interessante profilo su "Festa mobile" ed allora ripresi quel vecchio libro in mano e iniziai a rileggerlo, ma la Parigi dei bei tempi andati, con i salotti di Gertrude Stein, i quadri di Picasso e le chiacchierate con Ezra Pound, non mi ha intrigato più, non mi ha emozionato come fece anni prima. Forse perché in questo lasso di tempo ho conosciuto meglio Gertrude Stein? o forse perché ho tentato di capire, non riuscendovi, Ezra Pound? non lo so, ma "Festa mobile" mi è apparsa come una cronaca di avvenimenti e fatti biografici dell'autore e non è riuscita ad incantarmi, come invece è successo con Henry Miller nel suo Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch, o  Il frutto del fuoco di Elias Canetti. Non so cosa sia accaduto, non so esprimerlo. Hemingway come al solito è stato bravo ed esaustivo nella sua asciutta e concisa dialettica, però non mi ha infiammato. Chissà, forse anche lui lo ritenne privo di quella forza narrativa che invece ha infuso in altri suoi lavori, come Il vecchio e il mare, Fiesta, Morte nel pomeriggio, tanto da non volerne la pubblicazione, che è avvenuta postuma. 

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