Chefchaouen - Città azzurra

DI BELISARIO RIGHI


Era l’estate del 1980, avevo appena conosciuto Marina che in seguito sarebbe diventata mia moglie.

Appassionati entrambi di viaggi, ma non di quelli organizzati da agenzie, decidemmo di andare in Marocco. Nessuno dei due c’era mai stato. Ci piaceva viaggiare senza programma, step by step, decidendo di volta in volta la meta della prossima tappa.

All’epoca io avevo una berlina, non particolarmente adatta al tipo di viaggio che volevamo intraprendere, Marina invece aveva una Volkswagen cabriolet. Era la macchina giusta e partimmo da Roma alla volta del Marocco.

In due giorni attraversammo l’Italia, la Francia e la Spagna che non avevamo immaginato fosse tanto lunga e finalmente arrivammo a Malaga, dove passammo la notte e il mattino seguente prendemmo il traghetto per Melilla, cittadina spagnola, porto franco a statuto autonomo, situata sulla costa mediterranea, da dove entrammo in Nador, città portuale del Marocco. Dopo un viaggio di circa duemilacinquecento km in automobile, ed una traversata in traghetto di sette ore, finalmente eravamo arrivati.

Era di pomeriggio, e non avendo Nador niente di interessante da offrirci riprendemmo a viaggiare e verso sera giungemmo ad Al Hoceima, città sul mare, molto carina, ma ahimè, piena di turisti. Non trovammo da dormire, e allora pensammo di proseguire per Chefchaouen, la città azzurra, di cui avevamo sentito parlare in maniera entusiastica.

Su di una cartina, una di quelle per turisti, poco dettagliata, scegliemmo il percorso più breve, pensando che in tre, al massimo in quattro ore saremmo giunti a destinazione. Ci sarebbe stato ancora il tempo di trovare una sistemazione per la notte e l’indomani avremmo visitato la città. Purtroppo però, come già detto, la cartina geografica non mostrava che avremmo dovuto attraversare la catena montuosa del RIF, un percorso fatto di infinite curve e con un fondo stradale terribile, per cui le ore non furono le tre o quattro previste, bensì diventarono sette o otto, ma questo non sarebbe stato un problema.

Il problema vero era di altra natura.

La strada che conduceva a Chefchaouen passava per Issaguen, paesino di montagna, di altezza 1600 m. sul livello del mare, chiamato anticamente Ketama, dove la gente berbera che ci vive è dedita alla coltivazione della cannabis (ora legale, ma non a quel tempo), con cui viene prodotto l’hashish marocchino, il famoso cioccolato. Durante il percorso ci venivano incontro, recando in mano sacchetti di polline di cannabis, ancora fresco, dal color zafferano, individui dall’aspetto poco raccomandabile che volevano vendere la loro merce.

Facemmo un tragitto di cento km, in piena notte, tra spacciatori e strani personaggi. Non fu una bella esperienza. Ma ringraziando Iddio, alle quattro del mattino, sani e salvi giungemmo a destinazione, dove fortunosamente trovammo alloggio per la notte.

Per l’eccitazione e del particolare viaggio attraverso il RIF e per la gioia di essere a Chefchaouen, non riuscii a dormire più di due ore. Lasciai che Marina si riposasse ed uscii.

All'alba, osservando le vie della cittadina, mi si presentarono, rubate ad un sogno, visioni di serenità, colorate di azzurro, che infondevano un senso illimitato di pace.



Chefchaouen - Foto postata da Travelfar

I muri inondati di luce, incorniciavano persone avvolte in caffettani che lambivano gli spazi cittadini, come ombre in un paradiso di azzurro chiarore.


Chefchaouen - Foto postata da Nunzia Serino in Eroica Fenice



I colori densi di violetto si mescolavano alla dolcezza dell'aria e si andavano accendendo lungo i vicoli e le erte discese delle scalinate

Chefchaouen - Foto postata da WeRoad in Pinterest



che si aprivano su piccole piazze, dove personaggi fantastici e fuori del tempo si adoperavano nelle più disparate mansioni.

Chefchaouen - Foto ©SpumadorShutterstock

Il vento del deserto, irrorato dall'odore salmastro del Mediterraneo, si mescolava a rumori arabi antichi e moderni, in una miscela che toccava le mie narici con profumi mai sentiti e creava nel mio immaginario sentimenti di malinconie millenarie. Provavo un senso di vera beatitudine, immerso in quel mondo naif, dove sogno e realtà si fondevano insieme generando una favola che costituisce l’elemento surreale della nostra vita fanciullesca, che da sempre dimora in ­noi attraverso le illusioni e le fantasie di bimbi, invasi sempre da smania di conoscere e di sapere, eccitati da tutto in egual misura e come un bambino, davanti ad un nuovo giocattolo, ero felice di trovarmi in quel mondo antichissimo, ma nuovo per me, che desideravo assolutamente conoscere.

Quella mattina mi sembrò di galleggiare in un mare tranquillitatis, ma più che sulla luna avevo la sensazione di essere immerso nella pace blu di una tela di Kandinskij.


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