Funzione della fotografia umanitaria



Estratto dalla Tesi di Laurea in Fotogiornalismo


DI CARLOTTA RIGHI





IL FEAR-APPEAL NELLE CAMPAGNE DI SENSIBILIZZAZIONE VERSO I GRANDI PROBLEMI SOCIALI.


Dalla disamina di alcune campagne di beneficenza e di sensibilizzazione verso problematiche d'importanza mondiale, ovvero verso l'insieme dei problemi che si riferiscono a una determinata questione d'interesse universale, si cercherà di analizzare l’efficienza delle immagini che trasmettono paura, usate per tali campagne.

Quotidianamente, a ogni ora del giorno, siamo posti davanti a immagini di sofferenza.

I media ci bombardano con immagini di terrore, ci propinano scene di calamità naturali, disastri ecologici, teatri di guerre, innescando nelle nostre menti l'assurdità concettuale che al di fuori delle nostre case non ci sia altro che sofferenza e atrocità, partendo da una delle prime e più vecchie regole dell'Informazione, che la notizia positiva non stimola interesse quanto quella negativa. Le morti ormai sono svuotate di ogni elemento umano, le stragi rappresentano solamente il numero delle vittime, la fame è diventata ovvia, le malattie sono trattate come cospirazioni e le guerre vanno avanti incessantemente, producendo disastri e morte. Tutto è ridotto a un atto dovuto. Tutto rientra in una logica scontata e improntata al fatalismo e ormai sfogliamo il giornale con la stessa enfasi con la quale si sfoglia un ricettario.

Le immagini dell’orrore hanno una valenza etica, poiché ci rendono consapevoli dei fatti, ma affinché questo si realizzi il fotoreporter, nell’ utilizzo della fotografia a scopo documentativo e umanitario, dovrà entrare in empatia con il soggetto che sta fotografando, costituendovi una relazione intensa, tale da creare una sensazione di comunione spirituale e in particolare di conoscenza.

La professionalità del fotografo però troppo spesso oltrepassa l’umanità del suo sguardo interiore, instaurando una linea di demarcazione con il soggetto e questo pone l'autore del reportage, al momento della documentazione, in una condizione di distacco rispetto all'evento fotografato, facendo sì che quell'empatia, assolutamente indispensabile nel caso d'immagini a sfondo umanitario, tra fotografo e fotografato, tra il sofferente e il non sofferente, venga quasi a mancare.

La stessa cosa si può dire dell’osservatore, di chi fruisce dell’informazione.

Cos'è che rende allora l'osservatore più attento e partecipe agli accadimenti? L'efficacia delle immagini o la strategia usata dalla campagna di sensibilizzazione? E se invece c'è indifferenza, questa è forse dovuta al fatto che l'immagine non è abbastanza forte da rilevarne la causa?

Esaminando le reazioni dello spettatore davanti all’orrore, s'individuano contemporaneamente due stati d’animo: compassione e indifferenza.

La strategia di comunicazione è il punto di partenza con il quale le campagne di sensibilizzazione dovrebbero impostare il loro messaggio, adottando meccanismi morali con cui improntare un rapporto di fiducia tra relatore e pubblico.

Il compito delle campagne di sensibilizzazione non è compito facile però, laddove la scelta dell’immagine giusta racchiuda in sé due necessità apparentemente in contraddizione, rappresentate dalle riflessioni etiche e dalle opportunità commerciali del dover stimolare l’osservatore, e se gli scopi non saranno entrambi raggiunti, ciò significherà il fallimento e l’inefficienza della strategia.

Pertanto, compito della campagna di sensibilizzazione, è individuare il giusto tipo di tattica da usare per il raggiungimento del suo scopo.

Questo testo si concentrerà, da una parte, sugli aspetti psicologici degli appelli di carità che potrebbero interferire con le reazioni del pubblico, come l’efficienza delle motivazioni nel promuovere i vari problemi e l’importanza di quei fattori di attrazione sociale quando si costruisce una campagna di sensibilizzazione e dall'altra si cercherà di individuare l'uso d'immagini appropriate, che siano altresì supportate da articoli esplicativi e chiarificatori, per evitare disinformazione e fuorvianza.

Per il nostro studio, prenderemo in considerazione due grandi problemi internazionali che interessano il genere umano: l'AIDS e la fame nel mondo, due gravi afflizioni, colpevoli di genocidi d'indicibile portata.

Parola terribile che evoca dolore, sofferenza, peccato, colpa. Purtroppo, mentre dolore e sofferenza dilaniano lo spirito e il corpo del malato, non sempre al sofferente sono ascrivibili il peccato e la colpa, perché la sindrome spesso non è causata dai nostri comportamenti e la colpa e conseguentemente il peccato sono da ricercarsi altrove.

Da quando, verso la metà degli anni '80 del secolo scorso, l'AIDS fu fatto conoscere al mondo, milioni di articoli e fotografie sono apparsi sui giornali e network di tutto il mondo, con l'unico scopo di ritrarre gli effetti devastanti dell'HIV, virus responsabile dell'infezione, dichiarando, in un primo momento, che la sindrome colpiva gli omosessuali. Si pensò che la malattia discriminasse il genere umano, riguardando solamente gli uomini non eterosessuali e questo fu il primo crudele e disastroso inganno, dovuto forse alla scarsa conoscenza che sin allora si aveva della malattia, ma pur sempre di un inganno si trattò. In seguito si accertò che non erano solamente gli uomini a esserne colpiti, ma anche le donne, i bambini e alcune persone che avevano subito trasfusioni di sangue non testato.

Solo allora si capì quanto il problema fosse di più ampia rilevanza e ahimé riguardante tutta la popolazione mondiale, ma si continuò comunque a pensare che il sesso fosse la causa di quella che allora fu definita la peste del ventesimo secolo.

Per diversi anni, questi continui e costanti aggiornamenti sulla trasmissibilità della malattia indussero il mondo intero ad assumere un atteggiamento totale e spesso anche irrazionale di difesa verso l'AIDS e colpevole, almeno in parte, di questa disinformazione fu la fotografia, che per la sua immediatezza, è spesse volte più efficace della carta stampata.

Le foto che ritraggono malati in assoluta indigenza, quali quelli di popolazioni del terzo mondo, inducono a pensare che la povertà sia la causa principale della scarsità di cibo, ma oggi sappiamo che questa è soltanto una concausa, mentre le cause vere discendono dalla totale mancanza di politiche d'industrializzazione mirata.

La Fotografia Umanitaria che dovrebbe interpretare le istanze del genere umano e diffonderne le immagini a riguardo, è troppo spesso stigmatizzata ad eventi e situazioni particolari che spingono l'osservatore a farsi delle erronee concezioni sulla materia. Un bambino smagrito sino all'inverosimile, con il ventre gonfio per denutrizione, sporco e tormentato dagli insetti, ci mostra solamente gli effetti devastanti della fame e ci impietosisce, ma dopo il nostro inutile, virtuale momento di tristezza, la nostra vita continua come prima e purtroppo il bambino, inevitabilmente, se non s'interverrà, morirà.

Allora è d'obbligo chiedersi se sia giusto, sotto l'aspetto informativo, divulgare fotografie che non mettono in risalto le cause vere, ma si limitano solamente a rappresentarne l'effetto. L'intento della nostra tesi è mettere in risalto quelle che consideriamo negatività di esposizione, delineando un profilo di ottimizzazione di una campagna di sensibilizzazione.




IL FEAR-APPEAL

Dalla lettura dei testi che riguardano la strategia del fear-appeal, emergono continuamente parole e locuzioni, che definiremo chiavi, le quali a volte strettamente legate le une alle altre, altre volte invece in contrapposizione tra esse, ci inducono a concetti specifici, dal cui amalgama e soprattutto dalla loro mediazione reciproca, discende una chiara connotazione dell'effetto-paura generato da immagini di terrore psicologico. Su tale connotazione fondiamo la nostra personale teoria, circa la validità dell'uso di determinate fotografie e sulle conseguenze dirette che ne scaturiscono, conducendo lo spettatore ad atteggiamenti di azione o non-azione.

Le chiavi principalmente ricorrenti, enunciate alla rinfusa, sono: minaccia, risposta alla minaccia, effetto persuasivo, cambiamento comportamentale, percezione, stato emozionale, politica della pietà, donazione, informazione, indignazione, diniego, saturazione. Seguendo processi psicologi differenti, attraverso le diverse combinazioni possibili, si può giungere a molteplici risultati, anche, tra essi, antitetici.

Da personali, soggettive concatenazioni delle chiavi, descriveremo come giungere a risultati improntati al pragmatismo (azione) o all'immobilismo (non-azione).


Azione

Informazione - Minaccia - Indignazione - Percezione - Stato emozionale - Effetto persuasivo - Risposta alla minaccia - Cambiamento comportamentale - Politica della pietà - Donazioni.


Non-azione

Informazione - Minaccia - Indignazione - Stato emozionale - Saturazione - Diniego.

Le sequenze sopra esposte ci forniscono l'indicazione che una campagna di successo, necessariamente, prevede percorsi e tempi più lunghi rispetto ad un'altra che abbia esito negativo e questo perché i processi psicologici che innescano un cinematismo realizzativo sono particolarmente complessi.

Riguardo a una determinata situazione, l'accettazione comporta obbligatoriamente una serie di considerazioni, che presuppongono diversi stati emozionali che devono essere comparati e valutati, al contrario, una risposta di diniego, molto spesso è di rifiuto aprioristico e pertanto non implica alcun processo psicologico.


Analisi dell'azione

Osservando una fotografia che contiene elementi di terrore (malati terminali di AIDS, bambini malnutriti e simili), prendendo atto dell'informazione che ci viene proposta e la conseguente minaccia che essa comporta, immediatamente, come prima reazione ci sentiamo indignati per quello che stiamo osservando. La percezione del male, con tutta la sua espressa negatività, ci induce in uno stato riflessivo, nel quale il messaggio ricevuto ci convince della gravità dell'evento, sollecitandoci una risposta che sia propedeutica alla risoluzione del problema. A questo punto il nostro stato emozionale si sdoppia in due diramazioni: una interna e personalistica, un'altra esterna ed altruistica.

Nel primo caso, per non incorrere nel pericolo che la minaccia ci ha presentato, modificheremo, onde evitarlo, il nostro atteggiamento comportamentale, nel secondo caso, ci adopereremo perché, attraverso la nostra azione tale pericolo possa essere allontanato dai nostri simili, o almeno, laddove fosse già presente, cercare di attenuarlo e combatterlo. E qui, al raggiungimento di questo stadio emozionale, s'innesca il desiderio di contrastare il problema con fattività, attraverso azioni umanitarie, quali l'assistenza ai bisognosi, il volontariato e le donazioni in denaro.


Analisi della non-azione

Dopo aver preso visione della fotografia che ci offre uno spettacolo inquietante di terrore e di devastazione ed essere giunti allo stadio dell'indignazione, lo stato emozionale che potrebbe conseguirne è di saturazione psicologica nei confronti del messaggio ricevuto, perché ormai sono troppe le immagini di obbrobri cui siamo sottoposti e non fanno più presa nel nostro animo. Diciamo a noi stessi che di questi spettacoli non se può più, ne siamo quasi infastiditi e allora il rigetto è conseguente e il diniego automatico.


Conclusione

Il fear-appeal è uno strumento potente e di presa immediata, ma il suo uso deve essere adottato con moderazione e non deve essere né indiscriminato né generalizzato, non deve in maniera assoluta fare leva solo sulla sensibilità dell'osservatore, deve altresì entrare in empatia con l'establishment organizzativo, al fine di creare un'omogeneità di attuazione nelle varie fasi della campagna di sensibilizzazione che sono: informazione e sensibilizzazione, modifica dei comportamenti, azione umanitaria (volontariato e raccolta di denaro).

Il messaggio fotografico, deve essere politicamente corretto e mai fuorviante. Non si devono rappresentare scene o azioni che suscitino false, o peggio ancora, trasversali interpretazioni del problema. La sensibilizzazione non deve essere mai impostata sul concetto di religione, perché le disgrazie prescindono dal credo religioso.

Non è sufficiente la pietà a promuovere una buona campagna. E' necessario che il messaggio contenga anche implicazioni di carattere economico. Senza denaro non si fa nessuna campagna, e per questo, come nel caso della fame nel mondo, indugiare troppo su immagini di denutrizione, è decisamente errato. La fame non si combatte con l'elemosina di un piatto di minestra, si combatte con una politica di sviluppo sociale programmatica e costante nel tempo. Nel caso dell'AIDS è oltremodo indispensabile innescare, in certe sacche sociali, il concetto d'igiene, che troppo spesso è assente.




METODOLOGIA - SISTEMI DI ANALISI E D'INTERPRETAZIONE

Lo sviluppo del progetto enunciato nell'introduzione avverrà per stadi che saranno sviluppati in corso d'opera, avvalendosi di fonti riguardanti i temi: AIDS e FAME NEL MONDO.

Si cercherà attraverso l'analisi delle fonti di giungere a conclusioni che dimostrino la necessità di servirsi di elementi pertinenti e assolutamente confacenti ai temi proposti, prendendo in esame scritti, pubblicazioni di autorevoli esperti di settore e fotografie di fotografi professionisti e fotoreporter giornalistici, sfruttando fonti di informazione primarie e secondarie disponibili.

Nel caso specifico, dovendo argomentare su campagne di sensibilizzazione a determinati problemi sociali, si useranno soprattutto fonti secondarie, perché una campagna d'informazione prevede un progetto ben preciso e definito, al quale si addicono in modo particolare riferimenti costruiti appositamente e ponderati secondo una logica di attuazione atta a garantire il massimo impatto emotivo.

Il metodo usato sarà molteplice, dovendo servirsi di diversi sistemi di studio relativamente a documenti fotografici e documenti scritti, denotanti distonie, ambiguità d'interpretazione e incompletezza d'informazione dei fatti esposti.

Secondo i casi si useranno i seguenti metodi:

Metodo analitico. L'esame approfondito di un documento, al fine di rilevarne la peculiarità, ovvero le principali caratteristiche.

Si metterà in risalto, attraverso l'analisi di uno scatto fotografico, come si possa portare all'attenzione dell'osservatore un problema specifico, che sia parte di una più complessa problematica e come la modalità dello scatto abbia messo in luce una chiave interpretativa a discapito di altre possibili letture, magnificando o sminuendo un particolare concetto insito palesemente nel contesto e al tempo stesso, ignorare o mettere in risalto altre considerazioni che, pur non chiaramente raffigurate, conseguono naturalmente dall'esposizione fotografica.

Metodo comparativo. Il confronto tra due o più elementi, che esprimono il medesimo concetto, individuandone analogie e differenze.

Una fotografia e anche uno scritto contengono messaggi e notizie diretti al fruitore, il quale attraverso tali informazioni si formerà un concetto dell'evento modulato secondo i canoni dettati dall'autore del documento, ma due scatti fotografici o due scritti, riguardanti il medesimo contesto, messi a confronto, produrranno non necessariamente lo stesso effetto, perché realizzati diversamente. In tal modo due fotografie di analogo soggetto, creeranno stati emozionali diversi, come due articoli di giornali o addirittura libri che trattano il medesimo argomento formeranno, nella mente del lettore, concetti diversi, se la trattazione sarà stata condotta in maniera differente. Il metodo comparativo è il sistema più efficace per dimostrare che si può narrare dello stesso problema, ma ottenere risultati dissimili, a volte anche in netto contrasto tra di essi.

Metodo contraddittorio. L'analisi di documenti che, pur avendo lo stesso soggetto, si differenziano per qualità di enunciazione e per finalità proposte.

Due documenti aventi lo stesso soggetto, possono indirizzare il fruitore verso soluzioni, del problema esposto, totalmente dissimili, pur essendo la realizzazione di entrambi precisa e priva di errori e ben condotta, perché diverse sono state per gli autori le finalità che dovevano essere raggiunte. Mettendoli in contrapposizione si potranno evidenziare tali difformità e in taluni casi si potrà anche stabilire se uno dei due sia concettualmente errato, pur essendo perfetto nella forma. La forma di analisi contraddittoria è la più valida per mostrare come un argomento possa avere molteplici maniere di essere trattato e giungere, in tal modo, a conclusioni diverse.



Elenco dei testi letterari oggetto d'analisi


Luc Boltanski- Lo spettacolo del dolore - 2000

Susan Sontag - La malattia come metafora: Cancro e AIDS

Ronald W. Rogers - Teoria della motivazione alla protezione - 1975 - 1983

Stanley Cohen - Stati di negazione - La rimozione del dolore nella società contemporanea - 2002

Martin Caparros - La fame - 2015

Kary Mullis - Articolo sull'AIDS


Elenco delle fotografie oggetto d'analisi



Fotografia I



Fotografia II



Fotografia III



Fotografia IV



Fotografia V



Fotografia VI




ANALISI DEI TESTI LETTERARI

Per la stesura dell'argomento che ci accingiamo a trattare, sono di fondamentale importanza i testi e gli articoli da prendere in esame. La letteratura mondiale e il giornalismo internazionale, in questo senso ci offrono innumerevoli spunti, ma per meglio identificare le fonti da prendere in considerazione è necessario dare, sia pure molto brevemente, un cenno sul modo, per noi più esatto, di impostare una campagna di comunicazione sociale e più precisamente definirne gli obiettivi che, legati l'uno all'altro, si suddividono in un obiettivo primario e due obiettivi di finalità.

L'obiettivo primario è rappresentato dalla necessità di informare e sensibilizzare il pubblico intorno ad un determinato argomento d'interesse collettivo. La consapevolezza è il primo decisivo passo prima di imboccare qualsiasi direzione.

Primo obiettivo di finalità è la volontà di indurre la collettività ad assumere determinati atteggiamenti, modificando, se necessario, i propri, verso un problema.

Secondo obiettivo di finalità, il più concreto, è la raccolta di denaro per promuovere la ricerca scientifica e organizzare una serie di servizi che siano di supporto alle persone che vivono con quel particolare problema.

Lo studio di questi tre punti fondamentali ci ha guidato nella scelta dei testi e dei documenti fotografici scelti.


Fonti

Premio Nobel Kary Mullis - Articolo sull'AIDS;

Save the children - Foto I'm starving;




LA MALATTIA COME METAFORA DI SUSAN SONTAG

Analisi dell'opera


Il concetto che ogni evento sia suscettibile d'interpretazione e nasconda un significato recondito perché tutto deve avere una spiegazione, è errato.

Susan Sontag nel suo saggio Malattia come metafora, ci dice che non tutte le cose hanno un significato, tantomeno le malattie, perché non c'è niente di più primitivo che attribuire a una malattia un significato, poiché tale significato è inevitabilmente moralistico. Il termine metafora nasce dal concetto che talune malattie, negli anni, sono state ascrivili, spesso ad opera di illustri intellettuali, quali conseguenze di particolari stati d'animo. Si veda Thomas Man che nel suo romanzo La montagna incantata rende la tubercolosi, flagello d'indicibili proporzioni prima della scoperta della penicillina, come simbolo di raffinatezza, o addirittura come consunzione d'amore. Persino il cancro è stato psicologizzato, considerato frutto della repressione sessuale (Wilhelm Reich) e malattia di chi desidera la morte (George Groddeck). Così da malattia che insorge per specifiche condizioni organiche, il cancro diventa, per il malato, colpa della degenerazione della sua vita e, per traslazione, metafora della degenerazione politica e sociale. Su quest'aspetto metaforico della malattia sorge quella pseudoscienza che porta il nome di psicosomatica, dove si afferma, senza darne spiegazione, che le pene dell'anima si convertono in malattie del corpo. Potenza delle metafore e dei simboli, magnificati soltanto dalla letteratura, certamente non dalla scienza!

Contro questa ignoranza, ammantata di estetica, si è battuta Susan Sontag invitandoci a demetaforizzare la malattia ed eliminarne tutte le interpretazioni, a sfondo colpevolizzante. I malati di Aids, oltre alla malattia, devono combattere l'immagine della malattia, che è più spaventosa e più difficile da vincere della malattia stessa. L'origine sessuale quando non omosessuale della malattia, il suo propagarsi tra i tossicodipendenti offre alla morale un terreno fecondo per il consolidamento dei suoi principi e l'esercizio dei suoi divieti.

L'Aids investe il costume, lo stile di vita, la forza dei sentimenti. Radicalizza la distanza tra salute e malattia, tra norma e devianza e contamina la malattia con la colpa, il peccato e la punizione come ultimo atto.

Giudizio critico.

Contro l'Aids è la ricerca scientifica che sta facendo i suoi passi avanti, ma contro l'immaginario qualcosa possiamo fare noi tutti, con un'informazione corretta che ci liberi dal frastuono dei messaggi dettati dall' ignoranza, dalla paura o dal compiacimento moralistico.

Purtroppo l'immaginario è più difficile da sconfiggere di quanto non lo siano le malattie, soprattutto quando ha scopo repressivo, usando la metafora e l'interpretazione per contenere le condotte e limitare la vita degli uomini.


Fonti

Susan Sontag - Scrittrice e intellettuale statunitense.

Wilhelm Reich - Psicoanalista austriaco, allievo di Freud.

Georg Groddeck - Psicoanalista tedesco, fondatore della medicina psicosomatica.




TEORIA DELLA MOTIVAZIONE ALLA PROTEZIONE (PMT) DI RONALD W. ROGERS Analisi dell'opera