Il fascino della suggestione

DI BELISARIO RIGHI



La flagellazione di Cristo - Dipinto del Caravaggio - 1607



Vittime di una cultura che diventa sempre più orwelliana, siamo quotidianamente aggrediti dall’informazione. La carta stampata, la televisione, il cinema, internet, la radio, ogni mezzo di comunicazione ci bombarda di concetti che noi assimiliamo, e questo avviene con una frequenza così serrata da indurci a giudicare, non con il nostro senso critico, ma in maniera preconfezionata, e allora finiamo inavvertitamente per considerare bello quello che per bello ci viene propinato.

Del resto come non apprezzare positivamente La vittoria di Samotracia, La piramide di Cheope, La cavalleria rusticana di Mascagni? Sono opere queste che appagano il nostro senso estetico e pertanto definirle belle è consequenziale, però in senso lato, il nostro soddisfacimento non è sufficiente a decretare la bellezza di un’opera d’arte, perché la bellezza è altra cosa. Bellezza, in senso artistico è sinonimo di compiutezza, di perfezione. Così, è bella La Nike di Samotracia, perché perfetto è il senso dello slancio, dello spicco al volo che l’artista le ha infuso, bella è La piramide di Cheope per la sua perfetta grandiosità di realizzazione, come bella è La cavalleria rusticana per la perfezione e la compiutezza con cui Mascagni, impalpabilmente, ci ha descritto la Sicilia. La bellezza non può prescindere dalla perfezione, pertanto un’opera artistica la si può considerare bella solo se priva di errori di esecuzione, perché se ne contiene la possiamo definire piacevole, addirittura piacevolissima, ma non bella.

L’Arte non è Scienza, non deve assoggettarsi a considerazioni epistemologiche, non è oggettiva, non può dipendere da regole o teoremi, è modulata su criteri di soggettività che però devono tener conto di assunti storicamente e socialmente accreditati quali archetipi, pertanto indiscutibili. Se si contravviene a questo, che non è certamente una regola, ma solo onestà intellettuale, si sbaglia, si commette errore.

Qualche tempo fa ero a Napoli. Avevo un appuntamento di lavoro in tarda mattinata. Era ancora presto, e trovandomi nei pressi del Museo di Capodimonte, desiderai visitarlo. All’ingresso presi un dépliant che mostrava alcune opere conservate nel museo. Tra queste c’era un Caravaggio: La flagellazione di Cristo. Non potevo perderlo e incurante di tutto il resto mi diressi nella sala ove era in mostra il capolavoro. I brutali aguzzini che emergevano dal buio e, in primo piano, l’immagine di Cristo sofferente nella sua luminosità rendevano la narrazione realisticamente tragica. Stupendo e fortemente empatico giudicai il dipinto. Dopo averlo osservato attentamente, lasciai la sala e mi inoltrai curioso, nelle tante stanze del museo, alla ricerca di altri tesori, orientandomi in quel labirinto con il dépliant che avevo con me. Su quella stringata guida vi era riportata la pianta del museo, con la dicitura del contenuto delle sale espositive, cosicché ogni qualvolta intendevo vedere cose nuove, la prendevo in mano, e sempre mi si ripresentava alla vista il quadro di Caravaggio, al quale concedevo ancora qualche momento di attenzione, fino a quando avvertii che quell’immagine mi creava un imprecisato nervosismo, un latente stato di ansia. Tornai subito a guardarlo. Lo osservai attentamente per lunghi minuti, cercando di capire donde provenisse quella strana sensazione, ma fu inutile. Pensai che qualcosa avesse toccato il mio subcosciente, ma non riuscendo a palesarsi nella zona cosciente del mio spirito, rimaneva senza connotazione e lasciai la sala, anche questa volta disturbato da quella fastidiosa sensazione.

Non ci pensai più e avvicinandosi l’ora dell’appuntamento conclusi la visita.

Alcuni giorni dopo mi tornò alla mente quello strano episodio. Cercai in internet il dipinto e lo guardai e riguardai fino a quando capii cosa aveva prodotto in me quello strano imbarazzo. La tela realizzata nel tipico stile dell’Artista, pur elevandosi ad un’alta tragicità per i forti contrasti luminosi che esaltano i particolari della tortura e fanno risplendere di malvagità gli aguzzini, manca di realismo storico e d’introspezione spirituale, e curiosamente, questo è rilevabile proprio nella figura di Gesù che è, nella composizione l’elemento più importante, per la centralità che assume nell’azione, per la luce che diffonde e soprattutto perché è lui, Gesù, il vero protagonista.

Matteo nel suo vangelo ci ha descritto un Cristo, intento a predicare, a divulgare la parola di Dio, in lunghi pellegrinaggi da una città all’altra, Figlio dell’uomo, consunto da digiuni, privazioni di ogni tipo, al caldo dei deserti, al freddo delle montagne, coperto sempre della stessa tunica, mentre il Gesù dipinto ha un corpo possente e tonico, per niente emaciato da una vita di stenti e di privazioni. Nel suo volto non si ravvisano segni di sofferenze fisiche e interiori, tantomeno di disfacimento, di corruzione fisica, di languore spirituale dovuto alla tortura, ma soltanto una serena rassegnazione, come diversamente non potrebbe essere e non mi sembra granché per il pennello di Caravaggio.

Alla fine di questo discorso allora, il dipinto non è bello? Alla luce (visto che siamo in tema di luminosità) del mio concetto di bellezza il quadro è godibilissimo, magistralmente eseguito nell’uso della tenebra avvolgente, ma non bello. La bellezza che ravvisai guardando ammirato il quadro nel museo, discendeva non da una corretta analisi critica, bensì dalla suggestione di trovarmi davanti a un Caravaggio che non poteva non essere bello. Questo aneddoto non ha la pretesa d’essere una lezione di estetica, tantomeno, mettere in discussione la potenza narrativa del Merisi, vuole solo, con molta modestia, esprimere l’affascinante potere seduttivo della suggestione.



61 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Sogno

Il tempo passa

Autunno

TUTTI I POST