L'arte di conoscere se stessi | Schopenhauer

Opera di Arthur Schopenhauer - Estratto dal testo originale edito da Adelphi


DI BELISARIO RIGHI


Arthur Schopenhauer


Introduzione di Franco Volpi

Conosci te stesso!

La conoscenza di sé è l'inizio della saggezza. Conosci te stesso! é l’insegnamento di vita attribuito a uno dei Sette Sapienti, forse addirittura un precetto di origine divina per l’autorealizzazione.

Stava inscritto all'ingresso del tempio di Apollo di Delfi, l’ombelico del mondo, il punto in cui due aquile liberate da Giove agli estremi della terra, e dirette al suo centro, si erano incontrate.

Al tempo stesso é la massima su cui é imperniata la lezione di vita che la filosofia da sempre ha inteso impartire: Tutti gli uomini hanno la possibilità di conoscere se stessi afferma già Eraclito. Ma é soprattutto Socrate che fa dell’arte di conoscere se stessi il cardine dell‘intera saggezza filosofica, come testimonia Platone nell’Alcibiade Maggiore. Non a caso nella tradizione iconografica la saggezza sarà spesso rappresentata come una figura femminile che tiene in mano il prezioso strumento in cui é possibile guardarsi e conoscersi: lo specchio.

Eppure, la conoscenza di sé é anche l‘errore di Narciso. Il vanesio ripiegarsi su di sé di chi, innamorato della propria bellezza, vede unicamente se stesso e non riesce a entrare in rapporto con la realtà. In questo senso conoscere soltanto se stessi significa rimanere prigionieri della propria immagine.

Attraverso i secoli, il motivo della conoscenza di sé, nella sua duplice valenza, giunge sino all'età moderna, dove é ripreso e svolto specialmente dalla moralistica, fino a Goethe, che si mostra scettico circa l’origine divina del motto delfico, convinto com’é della sua ingannevolezza. Schopenhauer trae il motivo della conoscenza di sé proprio dalla moralistica, oltre che, naturalmente, dalla sua invidiabile familiarità con la cultura classica, ma non si limita a trattarlo in astratto: lo pratica come concreta saggezza di vita.

L'ARTE DI CONOSCERE SE STESSI

Sì, al tempo in cui la giovinezza della mia fantasia popolava ancora il mondo di esseri simili a me, ho avuto una certa propensione alla socievolezza quando l‘istinto naturale alla socievolezza, la voglia di confidarsi e il sincero bisogno di fare esperienza si bilanciavano ancora con la nausea per il genere umano.

Con il passaggio alla maturità l’esperienza fatta ha rinsaldato questa forza di repulsione e indebolito l’altra. Da allora, ho acquistato poco alla volta un occhio che rispecchia solitudine, sono diventato sistematicamente misantropo e mi sono proposto di dedicare il resto di questa vita transeunte unicamente a me stesso, perdendone il meno possibile con quelle creature che, per la circostanza di avere due gambe, si sentono legittimate a ritenerci loro simili; o che, pur accorgendosi, come accade il più delle volte, che non lo siamo, si sentono saggiamente autorizzate a ignorarlo e a trattarci come loro simili; mentre noi, già afflitti per via del fatto che non lo sono, dobbiamo provare anche il dolore del subire un torto.

In un mondo in cui almeno cinque sesti degli uomini sono furfanti, folli o babbei, per ogni individuo del rimanente sesto, quanto più si distingue dagli altri, la base del suo sistema di vita deve essere l’esistenza appartata, e quanto più é tale, tanto meglio. La convinzione che il mondo sia un eremo in cui non bisogna tenere conto della società deve diventare una sensazione e un’abitudine.

Come le pareti limitano lo sguardo, che poi torna a dilatarsi quando davanti a sé ha soltanto campi e campagna, cosi la società limita la mia mente e la solitudine torna a dilatarla.

Ciò che nella vita concreta, sempre e ovunque, mi è stato di impedimento é che, non sono stato in grado di formarmi, se non in età avanzata, un concetto sufficiente della piccineria e della miseria degli uomini.

In ogni epoca c’é stata nelle nazioni civili una stirpe di monaci naturali, gente che, cosciente di possedere capacità intellettuali superiori, ha anteposto a ogni altro bene la formazione e l’esercizio di queste, e quindi ha condotto una vita contemplativa, cioè attiva in senso spirituale, i cui frutti sono poi andati a vantaggio dell’umanità.

Essi hanno rinunciato di conseguenza alla ricchezza, al guadagno, alla fama terrena, ad avere una famiglia propria: così vuole la legge di compensazione.

La classe per gerarchia più nobile dell’umanità, del cui riconoscimento chiunque si onora, rinuncia alla comune nobiltà con una certa umiltà esteriore, analoga a quella dei monaci. Il mondo é il loro monastero, il loro eremo.

Ciò che uno può essere per l’altro ha limiti assai ristretti: in fondo ciascuno è e rimane solo. Si tratta allora di capire chi sia solo. Fossi un re, per quel che mi riguarda non darei con tanta frequenza e insistenza altro comando che questo: lasciatemi solo! Persone come me dovrebbero vivere nell'illusione di essere l’unico uomo su un pianeta deserto, e fare di necessiti virtù. La maggior parte della gente si accorge, già nel momento in cui fa la mia conoscenza, che non può essere nulla per me, e io nulla per loro. Possedendo un grado più elevato di coscienza, quindi un'esistenza superiore, la mia saggezza di vita consiste nel mantenere puro e imperturbato il godimento di essa, e a tale scopo non pretendere nient‘altro.

Perciò é già molto se con l‘età e l’esperienza si raggiunge alla fine una vue nette dell’intera miseria morale e intellettuale degli uomini in generale. Cosi non si é più tentati di lasciarsi coinvolgere oltre il necessario, non si vive più continuamente in un dilemma come quello tra la sete e una disgustosa tisana, non ci si lascia più indurre in illusioni e a pensare gli uomini come si vorrebbe che fossero, tenendo invece sempre ben presente come sono.

Mi sono abituato a sopportare molto da parte degli uomini, perché ben presto ho capito che non potevo agire altrimenti se in qualche modo volevo avere a che fare con loro. Ma questa massima si forma in gioventù, quando si ha bisogno del rapporto con gli altri. L’esperienza e la maturità lo rendono superfluo, e sarebbe dunque folle riconquistarlo al prezzo di un'infinita pazienza.

E' meglio, come dice Goethe, abbandonare tutta questa gente a Dio, a se stessa, al diavolo. Se non si vuole essere un balocco in mano a qualsiasi ragazzo o lo zimbello di ogni pazzo, la prima regola é: restate abbottonati!

Ciò che pensa e sente un mio pari non assomiglia per nulla a ciò che costoro pensano e sentono. Perciò mi conviene rimanere ermeticamente chiuso in me stesso. Il tono giusto nei loro confronti é l’ironia; ma un‘ironia senz’alcuna affettazione, pacata, che non si tradisce. Non deve mai essere diretta contro colui con cui si sta parlando. Non avere mai smesso di praticarla, lo considero ogni volta una vittoria personale.

Ci si deve abituare ad ascoltare qualunque cosa, anche la più folle, in tutta pacatezza, considerando l'insignificanza di chi parla e della sua opinione, ed evitando qualsiasi conflitto. In questo modo, più tardi si potrà ripensare alla scena con un senso di soddisfazione di sé. Si deve mantenere sempre presente l’intero: se ci si ferma al dettaglio, é facile sbagliarsi e si ha solo una visione errata delle cose. Non si potrà mai giudicare il corso di un fiume da questa o quell’ansa. Non si deve badare al successo o all’insuccesso del momento, e all'impressione che suscitano. Da come gli altri si comportano con noi non dobbiamo desumere e apprendere chi siamo noi, bensì chi sono loro. In quest'ultimo senso possiamo osservare i1 loro comportamento con freddezza, nel primo no. In una conversazione a due, di solito ciascuno si prende in certa misura gioco dell’altro. Pertanto, in ogni attimo di fredda razionalità si ripenserà con una sensazione di trionfo a ogni attimo di ironia, con vergogna a ogni effusione sentimentale.

Mai si deve accondiscendere al piacere di parlare per parlare, perché la loquacità si trasforma in schiettezza. Si osservi soltanto quanto diversa é la faccia che uno fa mentre ci ascolta da quella che fa quando ci parla.

La maggior parte degli uomini si lascia sedurre da un bel volto; infatti la natura li induce ad ammogliarsi facendo in modo che le donne mostrino, tutto in una volta, il loro pieno splendore ovvero... facciano un colpo a effetto e nasconde invece i molti guai che avranno in seguito: spese a non finire, preoccupazioni per i figli, un carattere bisbetico, cocciutaggini, invecchiamento e inacidimento nel giro di pochi anni, inganni, coma, capricci, attacchi isterici, amanti, diavoli e inferno.

Definisco perciò il matrimonio un debito che si contrae in gioventù e si paga nella vecchiaia, e mi rifaccio a Baltasar Graciàn che chiama cammello un quarantenne solo perché ha moglie e figli. Infatti, la meta abituale della cosiddetta carriera dei giovani di sesso maschile é solo quella di diventare bestie da soma di una donna. Per i migliori di loro, di solito, la moglie passa soltanto per un peccato di gioventù. Il tempo libero che essi conquistano per le loro donne faticando tutto il giorno, è un bene di cui il filosofo ha bisogno per sé.

L’uomo sposato porta sulle sue spalle tutto il peso della vita, quello non sposato solo la metà: chi si dedica alle muse deve far parte dell’ultima classe. Perciò si troverà che quasi tutti i veri filosofi sono rimasti scapoli, come Descartes, Leibniz, Malebranche, Spinoza e Kant. Gli antichi non rientrano nel novero, perché a quei tempi le donne avevano una posizione subordinata; del resto sono note le pene di Socrate, e Aristotele fu un precettore di corte. I grandi poeti, invece, erano tutti sposati, e infelici. Shakespeare, addirittura, con un doppio paio di corna. I mariti sono il più delle volte dei Papageno a rovescio: come a Papageno (Il flauto magico) accade che una vecchia gli si trasformi con miracolosa rapidità in una giovane, cosi agli uomini ammogliati accade, con altrettanta rapidità, che una giovane gli si trasformi in una vecchia.

La maggior parte degli uomini sono come i frutti dell'ippocastano: hanno l'aspetto delle castagne vere ma non sono commestibili. Nel Kural di Tiruvalluvar si dice: La gente comune ha l’aspetto di esseri umani; non ho mai visto qualcosa di tanto simile all'uomo! Moltissimi sono un amalgama di cattiveria e stupidità, tratti che in loro sono difficili da distinguere.

Goethe scrisse: Se vuoi godere di ciò che vali, devi dar valore al mondo in cui vivi.

Chamfort: E' meglio lasciare gli uomini come sono piuttosto che prenderli per quello che non sono. Niente é più ricco di un grande se stesso!

Quasi ogni contatto con esseri umani é una contamination, un defilement. Essi sono di tal fatta che più saggio di tutti é colui che durante la sua vita ha avuto a che fare con loro il meno possibile.

Dobbiamo essere in tutto e per tutto convinti, e tenerlo sempre presente, che ci siamo calati in un mondo popolato da esseri moralmente e intellettualmente miserabili di cui non facciamo parte, e di cui perciò dobbiamo evitare in ogni modo la compagnia. Ci si deve considerare e comportare come un brahmano tra sudra e paria. I pochi esseri superiori, nella misura in cui lo sono, debbono essere stimati e onorati. Quanto agli altri, siamo nati per insegnare loro, non per stare in loro compagnia. Dobbiamo abituarci a considerarli come una specie a noi estranea, che é soltanto la materia del nostro operare. Sulla loro miseria morale e intellettuale dobbiamo meditare quotidianamente, proponendoci di non averne bisogno e di tenercene lontani. Poiché l’infimo e il peggiore sono pur sempre nostri simili per molti aspetti, fisici e morali, essi cercheranno costantemente di metterli in evidenza, ponendo invece in secondo piano ciò per cui noi siamo migliori.

E giacché hanno considerazione soltanto per la forza e il potere, bisogna o renderli innocui o evitarli. A causa dell'invidia propria della natura umana é fatale che coloro che sono ottusi e privi di ingegno nutrano una latente antipatia per coloro che sono mentalmente superiori.

La stessa cosa proveranno i malvagi e i reietti per gli onesti e i nobili, sebbene a volte traggano vantaggio e sollievo da questi oggetti del loro latente astio e dunque, temporaneamente, li cerchino. Analogamente coloro che cercano sempre negli altri, ma invano, la stessa nobiltà di sentimenti e lo stesso grado di chiarezza dell’intelligenza che posseggono loro, alla fine non possono non cominciare a disprezzarli tacitamente. Da ciò dipende il doppio isolamento di ogni individuo eccelso, del quale il bipede finge di non vedere la superiorità, quando l’abbia notata, con lo stesso istinto con cui un insetto fingendosi morto, la nasconde a se stesso.

La macroscopica differenza tra gli esseri simili a me e gli altri poggia in gran parte sul fatto che i primi hanno un bisogno pressante che i secondi ignorano, e la cui soddisfazione andrebbe anzi a loro detrimento: il bi-sogno di tempo libero per pensare e studiare.

Ciò cambia addirittura il criterio morale per giudicare uomini simili a me, quantunque abbia ragione Pericle quando in punto di morte dice che nessun merito alla fine controbilancia una cattiva coscienza.

Ritengo dunque con gli antichi, con Socrate e Aristotele che il tempo libero sia il massimo bene su questa terra. Quando nasce un essere come me, l'unica cosa auspicabile dall’esterno é che per l’intera sua vita, ogni giorno e ogni ora, sia il più possibile se stesso e viva per il bene del suo spirito.

Ma é difficile soddisfare quest'esigenza in un mondo in cui la sorte e la destinazione dell’uomo sono ben altre, e in cui si deve far rotta, come tra Scilla e Cariddi, tra la povertà che ci toglie tutto il tempo libero, e la ricchezza che tende in ogni modo a guastarcelo e sottrarcelo.

La Natura determina la sorte dell’uomo, di giorno il lavoro, di notte il riposo, e ben poco tempo libero, e la sua felicità, cioè moglie e figli, che gli sono di consolazione in vita e in punto di morte. Dove però una costituzione anormale genera grandi bisogni spirituali e quindi la possibilità di grandi piaceri spirituali, allora il tempo libero diventa la condizione principale della felicità, e in cambio di esso si e pronti a rinunciare alla normale felicità umana fatta di moglie e figli. L'individuo di tale specie appartiene a un'altra sfera. Sennonché, condizione per soddisfare questa diversa esigenza sono alcune circostanze esterne che sopraggiungono molto di rado.

Deve qui essere all’opera un destino propizio che apparecchi a una natura straordinaria circostanze straordinarie. Nella vita della maggior parte degli uomini si ritrova un certo disegno che, per cosi dire, é già tracciato dalla loro natura e dalle circostanze che li guidano. Per quanto alterne e mutevoli siano le vicende della vita, alla fine si rivela una certa coerenza del tutto. Si vede la mano di un destino determinato, per quanto nascostamente agisca: mossa da un’azione esterna o da una pulsione interna; perfino moventi contrastanti si volgono spesso nella sua direzione.

Penso con Tommaso da Kempis: Tutte le volte che sono stato tra esseri umani, sono ritornato meno uomo. Certo, Goethe afferma che il dialogo di ancora maggior sollievo della luce. Tuttavia é meglio non parlare affatto piuttosto che intrattenere un colloquio cosi gramo e stucchevole come quello che si ha di solito con i bipedes: in esso tre quarti di ciò che a uno viene in mente di dire non andrebbe detto per motivi tanto futili quanto necessari, e la conversazione in effetti non é altro che un penoso funambolismo sulla sottile linea di ciò che é concesso di dire senza pericolo.

Di regola ogni dialogo, a eccezione di quello con l’amico e con l’amata, lascia uno sgradevole retrogusto, un lieve turbamento della pace interiore. Invece ogni occupazione della mente con se medesima ha come effetto una risonanza benefica.

Se mi intrattengo con la gente, recepisco opinioni che sono per lo più sbagliate, piatte o menzognere ed espresse nel misero linguaggio del loro spirito. Se mi intrattengo con la Natura, essa porge, vera e schietta, l’intera essenza di tutte le cose di cui parla, ben visibile e inesauribile, e mi parla nel linguaggio del mio spirito. I miei pensieri e il modo in cui comunicarli sono una questione che mi sta molto a cuore. Ma questo nei bipedes di norma non accade: nel loro libero pensare e parlare non c'é un vero interesse, e il loro prendervi parte manca di ardore perché se ne lasciano coinvolgere pienamente. Perciò dedicano sempre molta attenzione all'ambiente circostante, tanta che nell’immediato non riesco nemmeno a immaginare. Mentre il mio sguardo é fissato su un punto, il loro vaga a vuoto, e ogni rumore molesto é il benvenuto. Mai, dunque, posso considerate miei simili gli uomini, soprattutto quando per esempio li vedo strepitare insensatamente o stare ad ascoltare l’abbaiare dei cani o tenere canarini.

Tutti i sorprendenti ed eclatanti esempi di cattiveria, malvagità, tradimento, trivialità, invidia, stupidità e perversità che uno deve subire e sopportare non vanno buttati al vento, bensì utilizzati come alimenta misantropiae.

Vanno continuamente richiamati e rievocati per avere sempre davanti agli occhi le reali qualità degli uomini e per non compromettersi in alcun modo con loro. Si troverà infatti che spesso frequentavamo già da anni quelli con cui abbiamo fatto esperienze del genere senza che li credessimo capaci di tanto, e dunque é stata solo l’occasione che ha consentito di distinguerli. Quando si comincia a familiarizzare con qualcuno, bisogna sempre pensare che, una volta conosciutolo meglio, probabilmente lo si dovrebbe disprezzare o odiare.

Ho sempre sperato di morire bene. Chi infatti ha vissuto per tutta la vita in solitudine, saprà affrontare meglio di altri questa faccenda solitaria. Invece delle buffonate proporzionate alla misera capacità dei bipedes, io terminerò i miei giorni nella lieta consapevolezza di fare ritorno là da dove sono venuto con tanti talenti in dote, e di avere compiuto la mia missione.


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