L'ultimo giorno di vita

DI BELISARIO RIGHI



San Girolamo nello studio - di Jan Van Eyck



Quella mattina, per Antenore Gatto, secondo segretario dell’Assessore ai trasporti Eufemio Maliprandi, iniziò il suo ultimo giorno di vita.

A questo appuntamento si era preparato da tempo.

La biogenetica e la clonazione combinate avevano creato un mondo di esseri umani dalla vita lunghissima, che poteva estendersi sino a duecentocinquanta e anche trecento anni.

Modificando i geni e sostituendo con la clonazione gli organi che con l’avanzare dell’età si andavano deteriorando, gli esseri umani, completamente immuni dalle malattie e poco sensibili all’invecchiamento, divennero incredibilmente longevi, ma in tal modo si era finito per creare una società destinata ad essere vecchia per tanti, troppi anni.

Quest’effetto collaterale, non si era potuto evitare e così il mondo era ormai popolato da vecchi, la cui decadenza fisica ed intellettuale durava a volte più di cento anni e i costi sostenuti dall’amministrazione statale, costretta a pagare pensioni centenarie, erano incalcolabili.

Lo Stato doveva ormai sostenere economicamente circa un terzo della popolazione, per tempi esageratamente lunghi, con gravi conseguenze sulla bilancia dei pagamenti.

Per natura, essendo la produttività dell’individuo inevitabilmente legata all’età, da uno studio condotto sulla popolazione, emerse che le facoltà intellettuali e fisiche necessarie, per un corretto ed efficiente svolgimento dei propri compiti lavorativi, cominciassero a decadere dopo il centoventicinquesimo anno di vita.

Un politico dell’opposizione neo-progressista, che alle elezioni del 2227 vinse con larga maggioranza, forte del consenso ottenuto, riuscì a promulgare una legge secondo la quale, all’età di centoventicinque anni, qualsiasi cittadino, anche se in ottima salute, doveva essere soppresso, per far sì che non invecchiasse e non pesare sulle entrate dello Stato.

Scoppiò una sommossa, si arrivò alla guerra civile, ma la rivolta fu sedata e la legge cominciò ad essere applicata.

Ai detrattori di questo scellerato editto, venne detto che in realtà non si trattava di una pura soppressione, ma soltanto di una sospensione, una momentanea interruzione della vita.

Delle spoglie dell’individuo terminato, si sarebbe conservato il codice genetico, dal quale con la clonazione, in futuro si sarebbe ricostruito l’individuo stesso.

Lo si sarebbe, in sostanza, fatto rinascere per poi interromperne ancora la vita, non appena fosse arrivato al punto d’inizio dell’invecchiamento.

L’uomo avrebbe vissuto soltanto gli anni della giovinezza, senza mai oltrepassare la soglia della vecchiaia e la scienza, traguardando continuamente nuove frontiere, avrebbe assicurato periodi di vita sempre più lunghi.

Paradossalmente, la morte poteva addirittura sembrare una buona cosa. Si sarebbe vissuti, sebbene a più riprese, attraverso cicli di rinascite ripetuti all’infinito, in uno stato di eterna giovinezza.

In fondo, che cosa si perdeva, se non la vecchiaia?

Il demagogico progetto alla fine fu accettato, anche se moltissime persone ebbero forti dubbi su queste ipotetiche rinascite, soprattutto perché si domandarono, se con la clonazione del corpo, sarebbe avvenuta anche la clonazione dello spirito.

Nella rinascita, si sarebbero conservate le medesime caratteristiche fisiche, naturalmente migliorate, perché nessuno sarebbe più nato basso o brutto o grasso. Tutti sarebbero nati più prestanti, ma lo spirito avrebbe trasmigrato nel nuovo corpo, con le stesse peculiarità di prima?

Ma si sa, l’etica non va di pari passo con la scienza e in special modo con la sete di potere degli uomini e allora, eludendo questi giusti principi etico-religiosi, sfruttando l’entusiasmo ingenerato nella popolazione di un’esistenza eterna, si dette inizio alle soppressioni a progetto.

Se prima, soltanto ai pochi credenti, era concessa la consolazione del perpetuarsi della vita e soltanto nell’aldilà, adesso in tutti era stata infusa questa certezza e in maniera più accattivante, perché la continuazione della vita sarebbe avvenuta proprio sulla terra.

La morte, viatico per l’eternità, non fece più paura. Restava solamente da studiare un sistema di avvicendamento temporale.

Il problema fu risolto in maniera semplicissima, imponendo un ciclo di duecentocinquanta anni, diviso in centoventicinque di vita e centoventicinque di aspettativa per la rinascita.

Questo sistema di controllo delle morti e al tempo stesso delle nascite, generò un meccanismo perfetto ed efficiente di società, dove ormai bandite la vecchiaia e le malattie, ridotti quasi a zero i costi di assistenza sanitaria e completamente annullati quelli previdenziali, l’uomo ebbe come unico pensiero quello di produrre e vivere in grande benessere.

Tutti erano felici e vivevano nell’abbondanza.

Le morti accidentali vennero ridotte al minimo, in quanto, nei trasporti, nel lavoro e in tutte le situazioni di pericolosità, i sistemi di sicurezza raggiunsero livelli eccelsi.

Era una bella favola, nella quale si viveva bene e soprattutto con aspettative per il futuro, in passato neppure immaginate.

Ma torniamo ad Antenore Gatto.

Quel giorno stava appunto vivendo l’ultimo giorno del suo ultimo anno di vita.

Era alla sua prima sospensione.

Non si era formato una famiglia. Non aveva avuto figli. Aveva avuto delle relazioni con diverse donne, ma non si era mai sposato e così a quell’appuntamento fatale si presentò solo.

Settimanalmente l’Assessore concedeva udienze al pubblico, perché gli venissero avanzate delle istanze o contestazioni inerenti al suo assessorato e Antenore aveva il compito di registrare i convenuti, stilando per ognuno di essi un profilo morale e comportamentale, per redigere quadri statistici atti a migliorare la condizione dei postulanti, secondo un sistema tendente alla perfezione.

Antenore, in virtù del suo lavoro, era diventato un profondo conoscitore di intelletti, un esperto scrutatore dell’animo umano ed in questo ultimo giorno del suo primo ciclo di vita, dedicò il tempo rimastogli ad esaminare il fondo del proprio animo.

Pensò che quella dovesse essere una gran giornata. E’ così che la vivevano tutti, anche se in preda ad una considerevole paura, per il salto verso il buio che avrebbero compiuto.

Chissà, forse nella nuova vita si sarebbe diventati Presidenti dei vari gruppi consiliari degli Assessorati o addirittura Presidente del Consiglio Generale.

Chissà quali magnifiche porte si sarebbero schiuse tra centoventicinque anni.

Ma ad Antenore, tutto questo non interessava e si avvicinava, minuto dopo minuto, al momento fatale nella più totale indifferenza, senza alcun moto di spirito, senza gioia né paura e senza particolari desideri, tranne un poderoso appetito.

Si domandò come fosse possibile che avendo a disposizione soltanto poche ore prima di dormire così tanto tempo, per poi risvegliarsi bambino in un mondo completamente diverso da quello attuale, estirpato da tutta la sua realtà, l’unico suo desiderio, fosse quello di mangiare e pensò: "Se è questo che sento di fare, perché no? Però, proprio perché è un giorno speciale, voglio un pranzo speciale!"

Ghiotto di carne e di dolci, di carne e di dolci doveva essere il suo menù.

Prese tutti i soldi che aveva e si recò nel miglior negozio di gastronomia della città. Acquistò uno splendido roast-beef di manzo, delle cipolline agrodolci, suo contorno preferito con la carne al sangue e una torta di crema di nocciole, ricoperta di sottilissime foglie di cioccolato.

A pochi metri dalla sua abitazione, entrò in un negozio di vini e liquori. Un Brunello da Montalcino pensò essere il vino ideale per quella carne e lo comperò. Per il dolce optò per lo champagne, un Dom Perignon di annata speciale ed infine un buon whisky Glenmorangie di puro malto, invecchiato di venti anni, per concludere il pasto. Si fermò dal tabaccaio e prese dei costosissimi Cohiba lanceros.

Spese una fortuna, ma tanto che se ne sarebbe fatto di quei soldi?

Soddisfatto degli acquisti se ne tornò a casa e apparecchiò la tavola con le più belle stoviglie che possedeva.

Cominciò a mangiare la carne, masticandola lentamente per suggerne tutto il saporito succo, accompagnandola con qualche cipollina e generose sorsate di Brunello.

Dopo la carne, stappò la bottiglia di champagne e tagliò una fetta di torta. Era morbidissima e fragrante. Aveva un delicato gusto di nocciole, che si sposava perfettamente, in un contrasto esaltante di dolcezze, con le foglie di cioccolato che la ricoprivano. Con la torta, bevve Dom Perignon.

Da ultimo, si fece un caffè e adagiato su una comoda poltrona si versò dell’whisky e accese un Cohiba.

Se ne stette lì seduto, senza alcun pensiero per la testa, fumando il sigaro e sorseggiando il Glenmorangie, fino a sentirsi un po' brillo.

Gli piaceva bere, ma soltanto quel poco che poteva procurargli un leggero senso di euforia. Questa volta aveva esagerato, però pensò che data la circostanza, non fosse assolutamente il caso di preoccuparsi, pensando alla salute.

Che sarebbe cambiato se da lì a qualche ora, quando fossero venuti a bussare alla porta per condurlo alla clinica dei morti, lo avessero trovato sbronzo? Niente! E allora continuò a fumare e a bere.

Era bello starsene lì, rilassato in poltrona, senza far niente.

Non pensava al suo futuro, anzi gli venivano in mente tutt’altre cose, altri fatti che avevano segnato la sua vita e più li ricordava, più li amava di un amore completo, senza rimpianti.

Non era sopraffatto dal panico. Ciascuno entro di sé, viveva quei momenti con il terrore che fossero veramente gli ultimi perché nessuno aveva la certezza di rinascere e non perché il sistema, per come era stato costruito desse adito a dubbi, ma perché in cuor suo, ognuno aveva sempre pensato che da lì a centoventicinque anni, tante cose sarebbero potute cambiare, anche contro il volere di coloro preposti al funzionamento di questa pratica.

Un cataclisma avrebbe potuto stravolgere tutto, oppure un pazzo qualunque avrebbe potuto mettere fine a questa saga di nascite e rinascite, o per qualche recondita ragione, il codice genetico conservato per la futura clonazione sarebbe potuto andare disperso.

Era naturale aver paura, ma Antenore non l’aveva e continuò a bere tranquillo il suo buon whisky e si accese un altro sigaro.

Chi ha dimestichezza con il bere, sa benissimo che dopo l’euforia, prima che si entri in quella fase di obnubilamento, si passa per lo stadio dei pensieri che si avvicendano in maniera confusa ed incontrollabile nella mente e si va a pescare spesso nella memoria, talvolta saltando anche al futuro, con la fantasia che galoppa in progetti e chimere che svaniranno poi con i fumi dell’alcool.

Per Antenore non ci fu eccezione.

Passata l’euforia, cominciò con occhi diversi a ripercorrere alcune tappe della sua vita e mentre il tempo passava e la bottiglia di whisky si andava svuotando, prese piena coscienza della sua vita trascorsa e la trovò orribile, squallida, senza significato.

Si vide come un burattino, tirato da fili invisibili, cui era stata inflitta la maledizione di una vita programmata, senza speranza di miglioramento, protesa solo al benessere della comunità.

Una comunità di persone cui era stata tolta ogni volontà, ogni individualismo, in ossequio ad un concetto perfetto di vita, senza dolore e sofferenza, senza nemmeno più l’imprevedibilità della morte.

Comprese che quello era il motivo in virtù del quale la sua era stata una vita piatta.

Gli era stata inibita la possibilità di vivere fatti imponderabili, non programmati, imprevisti, dipendenti dal destino e con grande lucidità, si avvide che soltanto degli idioti potevano aver concepito un tale mondo, fatto esclusivamente per idioti.

In quel momento, capì che la bellezza si trova solamente nella caducità della bellezza stessa, che è bello solo ciò che muta, che cambia, che si deteriora.

Ogni cosa può essere bella. Ogni atto del creato, viene lambito dalla bellezza, quando raggiunge l’acme della sua fioritura, quando le sue cellule arrivano al massimo dello splendore per poi decadere e in questo decadimento appare il bello, tale in quanto caduco, morente e non eterno, mentre nelle cose perpetue non essendoci caducità, non può esserci bellezza.

La sua non era stata una vita, era stata solamente un processo di crescita, una esistenza poco più che virtuale, della quale ogni tassello si incastrava nel mosaico del suo divenire con freddezza scientifica e non casuale, non improntata al libero arbitrio, elemento supremo di definizione della vita stessa.

Togliendoli la morte, gli era stata tolta la vita.

Nell’evoluzione e concretizzazione degli atti esistenziali, l’antitesi dualistica dell’affermazione-negazione determina l’unica via di realizzazione, l’unica possibilità di cogliere il vero significato della vita che passa dall’essere al divenire.

Antenore amava la filosofia zen.

In questa filosofia, l’illuminazione arriva attraverso la consapevolezza della conoscenza, che può essere intuitiva o analitica.

Nella prima forma, quella intuitiva, si presuppone che vi sia un’identificazione del sé, inteso come concetto astratto e omnicomprensivo.

Nella seconda forma, quella analitica, vi è lo smembramento in parti sempre più piccole ed autodefinite del sé, le quali singolarmente, ne determinano gli elementi che lo compongono, ma non ne racchiudono il concetto in maniera compiuta.

Quando pensiamo ai numeri ed analiticamente li osserviamo e scriviamo 1 e poi 2 quindi 3 e così via, non arriveremo mai alla fine, perché si sa che la serie è infinita, mentre con la conoscenza intuitiva, possiamo percepire l’intera infinita totalità dei numeri con estrema facilità e pertanto procedendo da fuori, o per così dire per astrazione, trascendendo l’individualità dei componenti della serie numerica, riusciamo nell’intento.

Se pensiamo ad un corpo umano e lo sezioniamo, il busto, o gli arti, o le unghie, non ci daranno mai l’immagine ed il concetto del corpo nella sua completezza, ma se intuitivamente lo consideriamo nella sua interezza e nella sua vitalità, allora riusciamo a racchiuderlo concettualmente nella nostra mente.

Invece ad Antenore, l’esame della sua vita, in qualunque modo lo eseguisse, gli era sempre precluso.

Analiticamente, gli era impossibile arrivare alla conoscenza della propria esistenza, ma intuitivamente avrebbe potuto farlo. E invece, no! Mancandogli la parte terminale, gli mancava un elemento per completarne il concetto.

Non riusciva a definirsi, a dare di se medesimo una rappresentazione idealistica, si sentiva incompiuto, collocato nella gerarchia del creato in una posizione inferiore a quella di un vegetale.

Un fiore nasce, cresce e muore. Si chiude un ciclo di divenire che definisce un’esistenza, ma per Antenore questo non era possibile. A lui mancava l’elemento ultimo del divenire, l’atto finale che determina la compiutezza dell’essere.

Si sentiva niente, poco più che un ectoplasma.

I pensieri, i desideri, le paure, le gioie, dei suoi centoventicinque anni di vita erano niente, perché portavano a niente, ma come cambiare questo inaccettabile stato di cose, come ribellarsi a questo assurdo anatema che impediva di vivere una vera vita?

Non c’era che un sistema: morire. Morire veramente, definitivamente.

Chiudere così, con un atto finale, irreversibile, questa latenza, questa esistenza limbica.

La morte avrebbe rappresentato un atto d’amore, un riconoscimento alla propria esistenza e al suo essere uomo.

Soltanto così avrebbe potuto riscattare la sua assurda vita ed entrare di diritto nella cosmicità del mondo.

Intanto si era fatta sera. Di lì a poco si sarebbe dovuto presentare al Centro di Terminazione perché gli venisse sospesa la vita. Mancavano ormai poche ore. Il microchip che gli era stato installato alla nascita, attraverso il quale veniva periodicamente controllato il suo stato di salute, aveva già, diverse volte negli ultimi giorni, annunciato questo fatale momento.

Gli era stato comunicato che entro le dieci di sera si sarebbe dovuto recare al Centro di terminazione, che un ritardo, sia pure di piccola entità, avrebbe potuto creare danni irreparabili alla sua rigenerazione.

Non doveva assolutamente oltrepassare quel termine.

L’organismo era stato costruito per durare esattamente centoventicinque anni e neanche un’ora di più e per quanto Antenore sapesse, nessuno aveva mai procrastinato quel momento.

Ogni atto di sedizione, avrebbe recato solamente danno alla persona che, comunque, attraverso il microchip sarebbe stata presto individuata e condotta forzatamente al Centro, per cui, tanto valeva essere ossequiosi alla legge.

Però pensò che se l’avessero trovato senza vita, non avrebbero più potuto fargli niente, non sarebbero riusciti nei loro abominevoli intenti e lui avrebbe avuto la sua morte e con la morte la sua vita.

Voleva essere un uomo vero e non una muffa che si può estirpare e trapiantare dove si vuole.

Voleva la sua dignità di uomo.

Aveva ancora tre o forse quattro ore. Gli sarebbero bastate per mettere in atto la sua ribellione.

Andò in bagno e riempì la vasca di acqua calda. Si denudò e vi si immerse. Stette fermo per circa cinque minuti, finché tutto il suo corpo non si rilassò e a quel punto con un rasoio si tagliò le vene ai polsi.

Il sangue fluendo lentamente, portava via con sé l’essenza vitale e più la vasca si tingeva di rosso, più Antenore si rilassava.

Andava incontro alla morte, come fosse la più cara delle sue abitudini e mentre questa arrivava, la mente tornava alle cose e ai fatti del passato.

Ora finalmente, tutto gli sembrava bello. I momenti di amore, gli attimi di felicità, le giornate di sole, la pioggia del mattino. Tutto quello che più amava era nei suoi pensieri.

Per la prima volta, era felice. Non pensava al buio che lo aspettava, sentiva dentro di sé solamente la tenerezza di quegli attimi ed estasiato li assaporava nella loro immensa bellezza.

Il Creato che con la sua magnificenza non l’aveva mai lambito, lo commosse e lo fece piangere. Si sentì finalmente vivo per davvero e capì quanto grande sia il dono che Dio ci ha fatto, dandoci questa vita meravigliosa che dovrà finire e con la sua fine porterà via tutto quanto ci riguarda, ma chissà perché, all’ultimo resteranno solo i bei momenti, mentre i brutti, se ve ne saranno stati, verranno dispersi dal vento del tempo e si dilegueranno nella luce della speranza, che sempre si accende in noi, nel momento del trapasso.

Antenore Gatto, come gli uomini di una volta, vissuti prima di lui, si addormentò pervaso da un grande sentimento di speranza.

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