La cattiveria

DI BELISARIO RIGHI




La cattiveria



La cattiveria secondo l’Enciclopedia Italiana Treccani è così definita: l’essere cattivo, malignità, indole cattiva, malizia.

Secondo l’autorevole fonte Treccani il termine deriva da cattivo: dal latino captivus «prigioniero», a sua volta derivante da capere «prendere».

Il significato odierno ha avuto origine dalla locuzione del latino cristiano captivus diaboli «prigioniero del diavolo».

In latino però captivus può anche significare misero o meschino, condizione discendente dallo stato d’animo d’esser prigioniero. In questo senso la cattiveria non ha niente a che vedere con l’avere indole maligna.

Come si può notare tanti e diversi sono i significati della parola, ma per noi cattiveria è termine sconcertante che evoca le più turpi azioni e i più esecrabili sentimenti. Sentimento o stato d’animo, condizione o situazione, comunque entità che richiama al male e che di questo si pasce.

Nella letteratura la cattiveria è sempre stata la madre di comportamenti disdicevoli e condannabili dall’umanità, al punto di significarne la strada della dannazione, la strada che porta diritta all’inferno.

Nei secoli è sempre stata considerata il peggiore di tutti i moti spirituali, perché in essa si condensano le più basse aspirazioni, le più disumane attitudini sociali.

E’ in essa e negli atti che ne derivano, che si identificano i peggiori criminali, iconoclasti dell’effigie cristiana e dissacratori del perbenismo, anche se quest'ultimo, spesso ipocrita e farisaico, attinge a piene mani dalla credulità umana.