Amore e Psiche

DI BELISARIO RIGHI



Da: Arco di trionfo di Erich Maria Remarque. Scena: Ravic di notte, sta visitando il museo del Louvre e in un salone vede volare una farfalla bianca.


Qualcosa attirò il suo sguardo. Qualcosa di piccolo, di palpitante, di bianco. Era una farfalla, entrata probabilmente dalla porta aperta. Veniva da chissà dove, dalle calde aiuole di rose delle Tuileries, svegliata forse nel suo sonno profumato da due amanti, accecata poi da luci che erano soli ignoti, molti soli che disorientavano, s’era rifugiata nell’ingresso, nell’ombra protetta che le grandi porte celavano, ed ora vagava sperduta e coraggiosa nell’atrio immenso in cui sarebbe morta. Sfinita, dopo aver passato la notte su un cornicione, su un davanzale, o sulle spalle della scintillante dea (Nike di Samotracia), la mattina avrebbe cercato i fiori e la vita e il limpido miele dei calici, e non li avrebbe trovati, e si sarebbe riaddormentata sul marmo millenario, sempre più stanca, finché la stretta delle zampette delicate ed esperte si sarebbe allentata ed essa sarebbe caduta a terra, esile foglia di un autunno precoce.

Remarque descrive in maniera sublime l’ultimo, probabilmente l’unico, giorno di vita dell’insetto, facendoci riflettere sulla brevità e caducità della vita, evocandone la struggente immagine della fine, che spesso arriva prematuramente, senza darci il tempo di fare tutto il cammino che ci eravamo preparati a percorrere. Lo scrittore, già nel suo primo e più famoso romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale, introduce nella narrazione la farfalla come simbolo di morte: Per la mattinata intera due farfalle volteggiano dinanzi alla nostra trincea. Hanno ali gialle, punteggiate di rosso. Che cosa mai può averle sviate fin qui, ove a perdita d’occhio non si trova né una pianta né un fiore? Si riposano tranquillamente sui denti di un teschio… Nella trasposizione cinematografica del romanzo, All’Ovest niente di nuovo, il regista Lewis Milestone, affascinato dal contrasto tra la crudezza della guerra e la leggiadria delle due farfalle, volle, come licenza poetica, inserire una scena, non descritta nel libro, del protagonista che muore colpito da un cecchino, mentre tenta di catturarne una.

La farfalla è insieme allegoria e simbolo dell’anima e per la sua breve esistenza è intesa anche come fragilità e brevità della vita, presagio di morte e anche augurio di eterno benessere per il caro estinto. Etimologicamente il termine greco psiche significa respiro, ma sempre nella stessa lingua psyché è la farfalla e allora per i Greci antichi l’animaletto divenne sinonimo di anima, in quanto respiro vitale. Nel mondo classico Psiche fu spesso rappresentata come un essere alato e nella filosofia platonica fu messa in relazione con l’amore. Alcune immagini ellenistiche mostrano Eros che tormenta una farfalla, simbolo dell’anima, in altre Eros alato che rapisce una fanciulla.

Antonio Canova eseguì due lavori sul tema di Amore e Psiche.

Nel primo è raffigurato Eros che concupisce, in atteggiamento di baciarla, Psiche completamente abbandonata tra le braccia del dio dell’amore.



Amore e Psiche - Antonio Canova - 1787-1793


Nella seconda opera, Psiche pone sulle mani di Eros una farfalla, metafora del dono dell’anima all’amante.


Amore e Psiche - Antonio Canova - 1796-1800 - Particolare


Amore e Psiche - Antonio Canova - 1796-1800 - Particolare della farfalla


Le interpretazioni artistiche di Amore e Psiche sono innumerevoli, ma sicuramente degna di nota è una delle interpretazioni di William-Adolphe Bouguerau.


Il rapimento di Psiche - William-Adolphe Bouguereau - 1889


Nel regno dei morti, le anime si presentano come animali alati, uccelli, farfalle che si librano in volo. Gustave Doré, per illustrare la Divina Commedia ne dette parecchie interpretazioni.


Anime in Paradiso - La Divina Commedia - Incisione di Gustave Dorè - 1880









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