Lettura critica di NON INCOLPARE NESSUNO di Pablo Neruda

Di BELISARIO RIGHI


Pablo Neruda



Non incolpare nessuno. Non lamentarti mai di nessuno, di niente, perché in fondo Tu hai fatto quello che volevi nella vita. (1)

Accetta la difficoltà di costruire te stesso ed il valore di cominciare a correggerti. (2) Il trionfo del vero uomo proviene delle ceneri dei suoi errori. (3)

Non lamentarti mai della tua solitudine o della tua sorte, affrontala con valore e accettala.

In un modo o in un altro è il risultato delle tue azioni e la prova che Tu sempre devi vincere. (4)

Non amareggiarti del tuo fallimento né attribuirlo agli altri. (5)

Accettati adesso o continuerai a giustificarti come un bimbo. (6)

Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare e che nessuno è così terribile per cedere. (7)

Non dimenticare che la causa del tuo presente è il tuo passato. Come la causa del tuo futuro sarà il tuo presente. (8)

Apprendi dagli audaci, dai forti da chi non accetta compromessi, da chi vivrà malgrado tutto, (9)

pensa meno ai tuoi problemi e più al tuo lavoro. (10)

I tuoi problemi, senza alimentarli, moriranno. (11)

Impara a nascere dal dolore e ad essere più grande, che è il più grande degli ostacoli. (12)

Guarda te stesso allo specchio e sarai libero e forte (13) e finirai di essere una marionetta delle circostanze, perché tu stesso sei il tuo destino. (14)

Alzati e guarda il sole nelle mattine e respira la luce dell’alba.

Tu sei la parte della forza della tua vita.

Adesso svegliati, combatti, cammina, deciditi e trionferai nella vita; (15) non pensare mai al destino, (16) perché il destino è il pretesto dei falliti.




CRITICA


Qualche tempo fa mia figlia Natalia, come me amante della lettura, mi inviò questa poesia che lessi con molta attenzione, ma sinceramente restai perplesso nel leggerla, trovando impensabile che il grande intellettuale e poeta Neruda potesse aver scritto in maniera superficiale, nell'affrontare un argomento così complesso qual è quello che riguarda il destino, rifacendosi a luoghi comuni e concetti peraltro molto datati, se si pensa che già Niccolò Machiavelli nel suo Il principe affrontò il tema del destino, affermando che ognuno è artefice del proprio.

La poesia è bella, perché belle sono le parole, ma quanto a significato, vale ben poco, addirittura è stantia e ruffiana, colma di frasi fatte, spesso inesatte, e per quanto mi riguarda, soprattutto arrogante, perché, almeno secondo il mio modestissimo parere, si deve sempre diffidare da chi ha per tutto la soluzione in tasca, in special modo su argomenti intorno ai quali l’Umanità si interroga da millenni, senza darsi delle risposte. La presunzione e l’arroganza sono disdicevoli e, sopra ogni cosa, fastidiose!

Poesia concettualmente analoga, ma più giusta, più vera, più profonda, più bella, trovo sia If (Se) di Kipling.

Di seguito, con intento assolutamente esegetico, cercherò di dare spiegazione alle mie parole sopra enunciate, rispondendo ai punti salienti contrassegnati con un richiamo numerico.


1) In primis, ovvero, tanto per cominciare. Chi l’ha detto che tutti abbiamo la possibilità di fare ciò che vogliamo nella vita?! Sono pochissime le persone che riescono in questo intento, e quest’asserzione, peraltro indiscutibile, rappresenta già un notevole elemento dirimente nella concertazione etico-morale della poesia.

2) Vero! Ma anche logico, perché chiunque voglia costruire qualcosa deve accettare le difficoltà che la realizzazione del progetto presenta, per cui non vedo dove sia l’Illuminazione. Dov’è l’originalità del pensiero? E’ scontato!

3) Non è vero! Il trionfo nasce sempre da una visione grandiosa che si riesce a trasformare in realtà, mentre dalla cenere non può nascere niente perché la cenere è inerte. Da essa può nascere la presa di coscienza dell’errore e da questa un’esperienza prodromica di comportamenti positivi. Imparare dai propri errori non vedo che attinenza abbia con il trionfo che è parola altisonante, densa di significati aulici e poetici, attinente più a gesta mitiche che alla vita quotidiana. Anche poeticamente l’espressione rinascere dalle ceneri è trita e desueta, perché riporta alla mitologia egizia dell’Araba fenice, l’uccello di fuoco che dopo la morte risorgeva dalle sue ceneri.

4) Se si è tristi e di questo ci si lamenta significa che non si è contenti della propria sorte, che senza dubbio è il risultato delle nostre azioni, ma l’essere tristi e lamentevoli, per il solo fatto di constatare la propria inadeguatezza, non è certo la prova che si è dei vincitori e che sempre si deve vincere, al contrario, è la prova tangibile che non sempre si può uscire vittoriosi dalle battaglie della vita.

5) E’ giusto non attribuire ad altri le cause dei nostri fallimenti, ma fino a un certo punto, perché troppo spesso la vita ci aggredisce con violenza inaudita, troppo grande per le nostre forze e allora il fallimento non è, almeno totalmente, imputabile a noi stessi.

6) Pessimo consiglio! Accettarsi nella sconfitta è il peggior modo di essere dei falliti e conduce alla disistima di noi stessi.

7) Ovvio!

8) Orwell su questo concetto ha scritto 1984. Un libro immenso.

9) Apprendere dai forti va bene, ma dagli audaci no, perché l’audace è un giocatore, uno scommettitore e non ci si può giocare la vita su un tavolo di roulette. E comunque già Virgilio nell’Eneide scrive: Audentes fortuna iuvat (la fortuna aiuta gli audaci). Quanto a chi non accetta compromessi, è questi uomo ingenuo e disattento, giacché niente esiste che sia tutto bianco o tutto nero.

10) Se la mattina quando ci alziamo per andare a lavorare, pensassimo troppo ai nostri problemi, probabilmente a lavorare non ci andremmo più o quantomeno lavoreremmo male, perché il troppo pensare ci deconcentrerebbe dall’attività lavorativa.

11) Anche qui niente di nuovo! Alimentare i problemi significa perpetuarli nel tempo, ma noi sappiamo che Tempus omnia medetur (il tempo guarisce tutto). Frase latina coniata oltre duemila anni fa.

12) Il dolore non è il più grande degli ostacoli, il dolore è soltanto un effetto, non una causa. E’ la paura il vero ostacolo. La paura di soffrire, di amare, di far del male, di fallire, di non essere compresi, di non avere fiducia in noi stessi e così via. E tutte queste paure, unite insieme, creano un muro invalicabile oltre il quale non osiamo portarci, un muro che ci fa sentire inadeguati, impotenti. Da qui nasce il vero dolore (Schopenhauer).

13) Ma pensa tu! Se solo bastasse guardarsi allo specchio per sentirsi rinvigoriti.

14) Ancora con ‘sto destino! La gente parla di destino come se si trattasse di un’automobile o di un’insalata. Il destino è il frutto di un coacervo di elementi e concomitanze che si intrecciano in un labirinto di vie e viuzze dal quale è impossibile uscire, perché gli accadimenti che condizionano la nostra esistenza troppo spesso avvengono senza preavviso e senza la nostra complicità, per cui, in quale altro modo ci si può definire, se non marionette tirate da fili invisibili? Neruda dice: “Apprendi dagli audaci”. Per associazione d’idee si giunge alla già citata frase virgiliana che la fortuna aiuta gli audaci. Secondo i Romani, la Fortuna era la Dea bendata che dispensava ciecamente favori lasciandoli cadere da una cornucopia ed era considerata responsabile del destino degli uomini. Allora, mi chiedo se Neruda, uomo colto e illuminato, parla di fortuna, seppur trasversalmente, come può il destino di ognuno di noi essere interamente scritto di nostro pugno? Non è legittimo pensare ad interferenze esterne ai nostri comportamenti e alla nostra volontà? Non possono il tempo o il succedersi degli eventi apportare modificazioni al nostro operato? Un’azione compiuta un millesimo di secondo prima o dopo può cambiare radicalmente il corso di una vita (Sliding doors di Alan Turing – Teoria del caos di Edward Lorenz).

15) Qui addirittura mi viene da pensare ad un altro uomo, sicuramente più profondo intellettualmente di Neruda, quando una mattina davanti a un sepolcro disse: "Alzati e cammina".

16) Ancora una volta Neruda parla di destino quale fautore dei nostri fallimenti. Fiumi di parole sono state vergate su questo argomento che ha tante chiavi di lettura, non ultima quella religiosa, quando si pensa al libero arbitrio in contrapposizione alla predestinazione. Problema che Neruda non si è mai posto essendo marxista-leninista, ateo. L’ateismo è un osservatorio sul mondo molto particolare e riduttivo, perché parte da presupposti dogmatici, né più né meno di quanto avviene per i credenti. L’ateismo è la più forte delle fedi. E poi…controbattere un dogma con un altro dogma, non è forse stoltezza?

L’ateismo è una posizione intellettuale prevaricante e soprattutto arrogante, giacché

non è pensabile che tout court si possa negare qualcosa senza averne elementi di confutazione, tantomeno servendosi del ragionamento.

Lo stesso Voltaire che, da buon illuminista, sulla ragione ha fondato tutta la sua speculazione filosofica, riguardo all’esistenza di Dio, fu critico feroce di dogmi e asserzioni cristiane tendenti ad avvalorare l’esistenza di un’Entità trascendentale, ma non ne negò la possibile presenza, e questo perché non poteva ragionare su di un argomento intorno al quale non v’erano (come non vi sono tutt’oggi) certezze che giustifichino una deduttività cartesiana. Voltaire fu, se vogliamo dare una definizione al suo credere in Dio, forse un agnostico, ma non un ateo, e tale posizione mi sembra sicuramente più calzante alla circostanza.

Si può essere atei, perché no, ma con spirito leggero, esattamente come si può essere credenti, credendo e basta, senza tanti onanismi intellettuali, e soprattutto, senza mai pensare che si sia nel giusto, senza prevaricazione nei confronti di chi la pensa diversamente, tanto nessuno saprà mai chi abbia ragione.



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