Ma la vuoi smettere di dirmi tutte queste stronzate!

RACCONTO BREVE DI BELISARIO RIGHI IN RICORDO DI CHARLES BUKOWSKI



Charles Bukowski



Mi parli del nostro futuro, della nostra vita insieme, di tutto quello che insieme potremmo fare e mi assilli con tutti i tuoi chéri, amore e via dicendo. Non sono il tesoro di nessuno e non mi piacciono questi discorsi inutili e lagnosi. Ma non si può essere amici solo per una sbornia e una sana scopata? Perché si deve contaminare sempre tutto con i sentimenti? Perché? I sentimenti sono una cosa seria e come tutte le cose serie non devono essere svilite.

L’amore non è questo, o almeno non è quello che ci unisce.

Siamo due persone toccate dalla vita e di essa abbiamo una precisa concezione che niente attiene all’amore.

Mi piace rotolarmi sul letto con te, guardare il tuo bel culo, le tue tette che, nonostante l’età, stanno ancora su, e quando ti avvicini a me con il bicchiere in mano mi piaci ancora di più. Questo cerco da te e poco altro voglio, se non la tua complicità, il tuo offrirti alle mie avances che non sono laide, sono semplicemente naturali, perché al di là delle considerazioni etico-estetiche, siamo animali e il nostro comportamento non è bestiale, è solo naturale.

Di te mi piace la tua spudorata impudicizia quando vai in bagno e lasci la porta aperta, perché io possa vederti. Se tu non volessi questo perché non chiuderla? Siamo così e niente può cambiarlo.

Tu sei una troia e non mi piaceresti diversamente. Ed io sono uno che trae le sue emozioni dalle cose violente e mi piace bere. Le più belle sbornie le ho prese con te. E come adoravo scoparti quando inebetita dall’alcool ti davi a me e soggiacevi alle mie più lubriche voglie.

E la mattina quando ci svegliavamo confusi e ottenebrati, vedendoti tutta nuda andare in cucina a prepararmi il caffè, brividi di calore mi correvano lungo la schiena.

Dio! In quei momenti quanto ti ho amato! E ora quanto mi manca questo.

Ti ricordi quando leggevamo Bukowski, anzi eri tu a leggere ed io ti ascoltavo?

Dio, quanto ci piaceva. Vivevamo, senza rendercene conto, nel suo stile, ma lo sapevamo, non ne eravamo inconsapevoli e la cosa ci piaceva. Ricordi quante notti, e il mattino dopo, e poi il pomeriggio, e poi ancora la notte, non siamo usciti di casa, ascoltando Rachmaninov, il terzo concerto per pianoforte, Rach 3. Lo avremo ascoltato mille volte ed ogni volta c’era qualcosa di nuovo che ci toccava.

Quanto ti ho amato!

Quanto mi inebriava vedere che ti aggiravi intorno a me con parole e gesti che mi turbavano l’anima. Ed io ti guardavo, ti ascoltavo. Ero pregno di te. Ero incinto di te. Ti desideravo e tu spesso, da puttana quale tu sei, ti rifiutavi di concederti, e questo accresceva in me l’estro, ma credo che tu sia stata solo una grande maestra di seduzione, penso proprio così. Non eri poi granché bella, a parte il tuo culo da premio Nobel, ma mai una donna mi ha arrapato di più. Mai una donna ubriaca mi ha eccitato, ma tu sì. E più bevevi e più ti concedevi. Ed io cosa potevo fare, se non assecondare le tue e le mie voglie?

Lo so, sono io che non ti ho più voluta, perché le tue licenziosità facevano paura a me che tutto ho provato e per questo, soggiogato dalle tue concupiscenze ho scelto di non vederti più.

Eri la mia dannazione e non volevo più saperne, ma oggi quando ripenso a quello che ho avuto dopo te, devo prendere atto che è stato solo tempo perso. Sei stata per me come un male incurabile, da cui non c’è salvezza.

Una maledizione dalla quale non c’è scampo.

Dove sei ora? Dove stai consumando la tua surreale sensualità? Sì, perché tu sei surreale. Non hai addentellati con la realtà. Vivi in un mondo metafisico, cui a pochi è data la possibilità di accedere.

Quanto mi pento di averti mandato via da me!

Quanto mi manca non poter vedere le tue mutandine, i tuoi reggiseni sparsi sul pavimento.

Quanto mi mancano i mucchi di bottiglie vuote sotto il letto che ci scolavamo insieme. Quanto mi manca il tuo parlare sbiascicato per l’alcool.

Quanto vorrei averti qui vicino a me, al mattino, con il trucco della sera prima sfatto e sentirti dire, come se fosse la cosa più naturale del mondo, andiamo allo zoo. Perché ti piaceva andarci e gettare le noccioline agli animali e il pop-corn ai piccioni. Soltanto ora mi rendo conto che credevo, ma non era così, di rompermi i coglioni con le tue noccioline e il tuo pop-corn, ma non era così.

Ti amavo e ti volevo, ti desideravo sempre, in qualunque posto. Ti avrei scopato anche in mezzo ai leoni, e pensando bene alle conseguenze, sono contento che tu, perché ne saresti stata capace, non me lo abbia chiesto. L’avrei fatto.

Sto passeggiando lungo un boulevard e piove a dirotto. Non ho l’ombrello, nemmeno un soprabito e l’acqua mi sta entrando nelle ossa. I miei occhi avrebbero bisogno di un tergicristallo. Vedo tutto appannato. Sulle vetrine strani riflessi ammiccano e mi disorientano. Entro in un bar. Chiedo uno scotch. La ragazza mi chiede se lo voglio on the rock. La guardo male. Capisce che di acqua ne ho già avuta abbastanza e se ne va. Resto lì, muto, mentre aspetto il mio whisky e intanto penso.

La mia vita è stata una meteora scivolata nel tempo, come una saponetta scivola nel lavandino quando ti sfugge di mano, eppure sono soddisfatto, non dico felice, perché la felicità non è di questo mondo.

Non siamo stati progettati per essere felici, ma solo per accettare passivamente imposizioni di ogni genere, ma mi sento soddisfatto. Mi sento fuori dal gregge. Forse non sono mai stato in un gregge, ma se anche fosse, ne sono uscito e non voglio più entrarci.

Voglio vivere quello che resta della mia vita, senza credo e senza dogmi. Voglio godere solo di quello che mi offre, senza chiedermi se sia buono o cattivo, giusto o ingiusto, bello o brutto. Voglio solo vivere! Non m’interessa altro. Voglio dimenticare i ricordi. Ossimoro? Forse, ma resta il fatto che non voglio pensare al mio passato e neanche al futuro. Voglio vivere l’attimo e lo voglio vivere da sconvolto, da frastornato, perché solo così riesco ad accettarlo e a pensare al mio presente, non al futuro, perché non ci credo.

Negli anni della mia giovinezza pensavo che la vita si potesse scegliere, che stronzata!

La vita non si sceglie. E’ la vita che sceglie te. E tu succube ti lasci soggiogare. Presti orecchio alle sue lusinghe e le assecondi, e così facendo vivi una vita che certamente non è la tua, e poche probabilità ci sono che sia quella giusta per te, ma tant’è, e ti trovi a percorrere una strada lastricata di impicci, di fatti inaccettabili e l’unica cosa che può salvarti è di non accettare compromessi, perché se lo fai, sei fottuto.

E’ difficile mantenere una autonomia speculativa e non cedere ai richiami dell’oggettività sociale. Se lo fai, se cedi, sei fottuto!

Essere sodomizzati nel corpo crea un trauma che, col tempo, può anche risolversi, ma essere sodomizzati nell’anima, ti segna per sempre.



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