Il fantasma di Ophelia

Dal libro DONNE

Di Belisario Righi



Ophelia - Dipinto di John Everett Millais



Nel mese di agosto, la mia famiglia in vacanza, rimasto solo in città una sera andai a cena all‘Hostaria Canonica a Trastevere, nei pressi di Piazza Santa Maria, vicino al Teatro Pasquino, ormai chiuso da tempo. In quel ristorante ero già stato altre volte. Il caso ha voluto che sedessi sempre allo stesso tavolo all’aperto accanto all’ingresso, e anche quella sera mi sedetti lì. Ordinai una pizza napoletana e del vino.

A Trastevere, si festeggiava la Festa de Noantri, tipica kermesse di questo vetusto e celebrato quartiere romano.

La via stretta pullulante di gente e trafficata da motorini che circolavano in continuazione, l’andirivieni continuo dei camerieri con il loro via-vai tra i tavoli e la cucina, le grida della piazza, le conversazioni sempre a voce alta dei passanti, tutto questo creava un frastuono impossibile a sopportarsi e pensai di andarmene, ecco però un suono di tromba, cui si appaiò un rumore di timpani e di piatti e poi, chitarre, maracas e altri fiati si aggiunsero alla tromba e alla batteria, producendo suoni disarticolati, prove d'orchestra.

Restai al mio tavolo, le maracas mi fecero pensare che avrei ascoltato musica sudamericana, invece, che tristezza! Da quel miscuglio indefinito di suoni si levò una voce romanesca, una musica popolare che mai sono riuscito ad apprezzare.

Rassegnato, mi versai un generoso bicchiere di vino.

Nella rumorosa viuzza passavano tanti giovani ragazzi, tra i quali curiosamente notai l’assenza totale di stranieri, sebbene si fosse in luglio. Meglio così, del resto perché contaminare con etnie forestiere quel lembo di pura romanità?

Mi venne voglia di fumare, mi accorsi però di non avere di che accendere. Vicino, una coppietta era seduta con una signora, sicuramente la madre della ragazza. Stavano fumando. Chiesi loro di farmi accendere.

La giovane era insignificante e la madre che, nel porgermi un accendino, abbozzò un sorriso, da me gentilmente ricambiato, era come la figlia. Avrei gradito una graziosa vicina di tavolo, peccato!

Sul balcone di una finestra di un palazzo a lato, fluttuava nell'aria un asciugamano incredibilmente colorato che garriva come una bandiera, issata quasi a testimoniare la natura popolare del rione.

Er barcarolo va controcorente… gorgheggiava così il cantante. Quella canzone però, in fondo, mi piaceva, mi riportava all’antico passato di Trastevere, a cento, duecento anni fa, quando si parlava la lingua di Belli e di Trilussa.

Come doveva essere bella Roma a quei tempi!

Da un cameriere mi feci portare un foglio di carta e una penna. Mi misi a scrivere. I vicini di tavolo mi guardavano, nei loro sguardi notai rispetto e imbarazzo. Avranno pensato fossi un intellettuale. Gli intellettuali atterriscono, chissà poi perché, come se l’intelletto fosse appannaggio esclusivo della gente dotta. Quando si beve c’è chi canta e c’è chi fa altro. Io scrivo.

Mentre scribacchiavo vidi passare una bimba. Doveva avere non più di cinque anni. Indossava un vestitino di cotone a canottiera e calzava degli zoccoletti con cui faceva un baccano bestiale. Era una zingarella, sudicia dalla testa ai piedi. I suoi occhi erano pieni di tutta la tenerezza e la dolcezza di un bimbo.

Chiedeva l’elemosina. Da me non venne. Le avrei dato volentieri una bella mancetta. Era sorridente, e io non so resistere al sorriso di un bambino.

M’immersi ancora nella scrittura, quando tra la folla intravidi una ragazza che veniva verso me.

Aveva il viso dolcissimo e ieratico, eburneo il candore della pelle, lisce e fluenti le chiome, trasognato lo sguardo, esile la figura. Ricordava i dipinti dei pittori preraffaelliti, le donne eteree di Waterhouse. Era la dolce Signora di Shalott, o La Belle Dame sans Merci di John Keats?

Con il suo leggero incedere e la sua traslucente bellezza mi rapì e mi portò con la mente a tutte le dame sans merci, che ho avuto la fortuna di conoscere e talvolta di amare. Sono donne senza pietà, le più pericolose, perché si offrono senza reticenze e spesso amano anch’esse, ma non si concedono mai totalmente, perché appartengono solo a se medesime, sono ideali, vivono in un altro mondo, e se a volte scendono dall’iperuranio per unirsi a noi, appartengono a una realtà immaginaria e surreale, dove ciò che è terreno è trasceso dalla crudele spiritualità della loro bellezza.

Sono le donne di Re Artù e dei Cavalieri della tavola rotonda. Come Ginevra, amano senza peccare e vivono nella grazia del candore, senza essere infettate dal mondo che le circonda, e candide consumano amori fedifraghi, mentre dilaniano cuori di mariti e amanti, ma quando mi passò vicino, e a passi leggeri la guardai allontanarsi, portato da un alito di vento mi giunse il suo profumo, un fresco effluvio di muschio con un vago sentore di salice e mi sembrò udire lieve, quasi impercettibile, un canto. La bella passante era Ophelia. Destatasi dal suo eterno sonno silvestre, aveva lasciato il ruscello che la teneva prigioniera da secoli, per essere ancora una volta tra noi.

All’improvviso, il ristorante si svuotò, lasciando spazio all’aria, che stagnante tra gli avventori, non dava frescura alla serata afosa mentre ora si insinuava in ogni andito, recando refrigerio e sollievo.

Avrei voluto finire la mia bottiglia di vino e accesi un’altra sigaretta, quando un rumore assordante mi rimbombò nelle orecchie. La musica era completamente cambiata. Non s’udivano più canzoni romanesche ma solo un pessimo rock, suonato in maniera indegna.

Chiesi il conto e me ne andai.

Mi fermai in un bar, nell’antistante piazza S. Maria in Trastevere.

Il concerto intanto continuava con canzoni degli anni ’60, del mio tempo giovane, e nemmeno queste m’interessavano, anzi m’infastidivano. Ho sempre guardato avanti, perché il passato fa male e non arricchisce. Il trascorso, non potrà più farci rivivere le medesime emozioni, perché siamo cambiati noi, mutata è la nostra percezione delle cose e niente potrà mai più essere come prima. Mi piacerebbe conoscere il futuro, non quello prossimo che potrebbe riguardarmi, vorrei sapere ciò che accadrà tra mille anni, quando non sarò più da tanto tempo e vedere quale potrebbe essere la mia vita, non più condizionata dal passato che invece oggi quotidianamente bussa alla porta del presente.

Pagai il mio whisky e presi la via di casa.

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