Parole antropofaghe




Saturno che divora i propri figli - Francisco Goya - Museo del Prado - 1819-1823


Nella lettura del romanzo Zorba Il Greco, uno dei lavori più importanti di Nikos Kazantzakis ci s’imbatte in continue speculazioni intellettuali che fanno da corollario alle vicende di Zorba, il protagonista, uomo intatto nella sua animalesca vitalità che affronta ogni problema esistenziale con la naturalezza e la spontaneità dell’uomo primitivo, cui la società con le sue regole non è riuscita a modificarne l’animo eternamente combattuto entro i suoi aspetti estremi, apollineo e dionisiaco, secondo il concetto nicciano di tragedia che genera e determina le azioni della nostra vita. Zorba nelle sue scelte cederà sempre all’impulso istintivo, affrancato da quei problemi che non hanno soluzione, per immettersi nel ciclo della vita e della morte con la naturalezza degli animali che, privi di sentimenti di trascendenza, conducono l’esistenza in assoluta, meravigliosa libertà.

Ma Kazantzakis, intellettuale colto e raffinato, introdotto allo studio della filosofia da Bergson e profondo conoscitore di Nietzsche, non può esimersi dall’approfondire tematiche etiche e religiose, e allora lo vediamo inabissato in questioni morali di chiaro fine escatologico, quasi con esse intenda costruire un contraltare alle sanguigne azioni del suo affascinante ma primitivo Zorba.

In una delle sue argomentazioni lo scrittore definisce alcune parole antropofaghe. Letteralmente il termine antropofago ha il significato di mangiatore di uomini, ma nel caso specifico è più esatto intenderlo come fagocitatore di uomini, ovvero che li assorbe, li sugge, fino alla totale disintegrazione.

Ve ne sono tante di queste parole. Le più note, quelle con le quali maggiormente veniamo in contatto sono: Dio, eternità, felicità, per continuare con amore, libertà e via dicendo. Sono parole pericolose, dotate di una potenza talmente grande rispetto alle nostre possibilità che possiamo considerarle come buchi neri, dalla forza gravitazionale smisurata, capaci di risucchiare al loro interno qualunque cosa loro si avvicini, per poi non farla più uscire, anche se oggi le nuove teorie sui buchi neri ci dicono che questa sia una interpretazione errata della loro natura, ma noi soprassediamo e accettiamola così come la conosciamo, per amore di similitudine. Potremo più semplicemente dire che tali parole siano dei pozzi senza fondo, dai quali una volta caduti dentro non se ne può più uscire.

E allora perché sporgersi troppo sul bordo di questi abissi, correndo il rischio di finirci dentro? Nei ragionamenti su Dio o sull’eternità, cosa può la nostra mente? Qualunque sia il punto di arrivo dei nostri pensieri, non sarà mai sufficiente a chiarire il mistero che si cela dietro questi argomenti. Quando usciamo dall’immanente per entrare nel trascendente le nostre velleità intellettuali si sgretolano di fronte all’imperscrutabilità di tali misteri e ci sentiamo vuoti, inutili, inadeguati soprattutto a poter disquisire di cose che esulano dalla nostra limitata capacità deduttiva.