S'io fosse foco

POESIA DI CECCO ANGIOLIERI - POETA MALEDETTO



Cecco Angiolieri




S'i fosse foco


S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo; s’i’ fosse vento, lo tempesterei; s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo;

s’i’ fosse papa, sare' allor giocondo, ché tutt'i cristiani imbrigherei; s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei? a tutti mozzerei lo capo a tondo.

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; s’i’ fosse vita, fuggirei da lui: similmente farìa da mi’ madre,

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: le vecchie e laide lasserei altrui.


Cecco Angiolieri nasce a Siena attorno al 1260, da una ricca famiglia di banchieri. Della sua vita si hanno poche notizie, ma sappiamo che fu piuttosto movimentata e caratterizzata da eccessi di violenza.

Suo padre Angioliero, figlio di quell'Angioliero detto Solàfica è per alcuni anni banchiere di Gregorio IX, e in siffatta carica è annoverato tra le personalità più in vista della vita politica ed economica di Siena ed è insignito dell'ordine dei Cavalieri di Santa Maria (indicati poi col satirico nome di Frati Gaudenti).

Monna Lisa de' Salimbeni, sua madre, appartiene ad una delle più nobili e ricche nonché potenti famiglie del Comune.

Cecco cresce in tale ambiente e si forma, secondo i modi d'allora, impossessandosi della cultura vigente (in particolar modo le arti del trivio e del quadrivio), come rivela e documenta la sua produzione poetica.

Milita come alleato dei Fiorentini contro Arezzo nel 1288, e qui probabilmente conosce Dante Alighieri, che sfida a una tenzone di sonetti. Nel 1281 è fra i senesi che militano contro i ghibellini asserragliati nel castello di Turri di Maremma.

Più di una volta è multato per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza. Nel mese di luglio, nell’anno 1288, lo troviamo ancora colpita da multe per essere stato trovato ancora in giro di notte dopo il terzo suono della campana del Comune. Altra multa gli viene comminata nel 1291 in circostanze analoghe.

Uomo frivolo e spensierato, disordinato e dissipatore, ebbe come ideale di vita tre cose solamente: la donna, la taverna e il dado (sono parole dello stesso Angiolieri).

Tuttavia ci ha lasciato un ricco canzoniere, dal quale risalta moltissimo anche il suo romanticismo di vita nell'amore per Becchina, figlia di un artigiano del cuoio.

Nelle sue rime frequente è il motivo dell'odio verso i suoi genitori, velato da un profondo senso di malinconia.

Cecco Angiolieri è sicuramente il più noto e forse anche il più efficace, felice e fortunato rappresentante fra il Due e Trecento di quel genere di poesia giocosa, o più comprensivamente comico-giocosa, conforme alla mentalità retorica dell'ultimo Medioevo. Una poesia d'argomento e di linguaggio realisticamente quotidiano e dialettale in toni scherzosi e burleschi. Siffatta poesia, non è soltanto comunale e toscana, ma ricopre tutto il territorio delle letterature romanze, sino ad arrivare alla poesia provenzale. Essa rappresenta il fastidio e la sazietà dei modi aulici assai poveri del senso e del gusto della realtà e si richiama alla contrapposizione realistica della vivace varietà della vita.

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