Tre molossi

DI BELISARIO RIGHI



La divina commedia - Canto VI - Incisione di Gustave Dorè



Tre grigi molossi, solenni e pigri vengono verso me. Sembrano mansueti, ma sono pur sempre molossi.

Attenzione, attenzione!

Il giorno di Pasqua uno è impazzito. Non era tra questi. Andava ringhiando per il paese e sbavava spuma biancastra dalle flosce e pendule guance. E’ stato abbattuto. Un colpo di doppietta calibro dodici ha sventrato il suo possente torace. Sangue spumoso dalla ferita.

Pare che il suono delle campane, a chi non sta bene con la testa, produca spasmi cerebrali. Deve essere terribile. Credi di esser tranquillo e rilassato, ma in realtà ti fai carico di rabbia e odio represso lasciato a macerare nella spumosità delle tue anse cerebrali.

Sempre spuma! E’ la forma fisica della follia. Fuoriesce da tutti gli orifizi del corpo marcio di ipocondriaci miasmi. Se vi si aggiunge il suono delle campane, il gioco è fatto. Tutto è pronto per l’epilogo, l’ultimo atto di un’esistenza segnata dalla latenza della follia.

Fare molta attenzione nel radersi. Non per evitare di tagliarsi, anzi, per vedere come esce il sangue. Se è limpido e fluido, è la prova che stai bene, ma guai se è commisto a piccole bollicine d’aria. Quando l’aria entra nel sangue è letale.

Devi solo aspettare per sapere.

Se arriva il torpore, la sincope è in agguato, sennò sei pazzo. Poca scelta: o muori o impazzisci!

Quella mattina del 13 aprile era Venerdì Santo e il campanaro tirava le corde con mestizia.