Urlo o grido di Munch?

DI BELISARIO RIGHI


Dipinto di Edvard Munch - 1883

Cosa c’è in un nome?

Quella che noi chiamiamo rosa, perderebbe il suo profumo se avesse un altro nome?

Così diceva Giulietta di Shakespeare, e allo stesso modo diciamo noi quando guardiamo il quadro di Edvard Munch, da alcuni chiamato l'urlo e da altri il grido.

Non ci interessa quale nome il pittore norvegese abbia dato al suo dipinto. Per noi, urlo è sinonimo di grido. E francamente, aldilà del giusto battesimo del quadro voluto dall’Autore, che assolutamente rispettiamo, per noi un termine vale l’altro.

Non ci interessa la nomenclatura, ci intriga la concettualità dell’opera che trasuda disperazione e abbandono, terrore e smarrimento.

L'opera ha finalità liberatoria e rappresenta nella sua crudezza l’espressione dell’angoscia e insieme una richiesta di aiuto.

Nel dipinto, il soggetto non ha una configurazione somatica sessuale.

Non si sa se si tratti di uomo o donna. L’angoscia e il terrore prescindono da identificazioni genetiche.

La prospettiva volutamente esagerata, che pone al centro della tela il soggetto principale, distaccandolo di pochi passi dalla coppia, apparentemente tranquilla che lo segue, le nuvole rosse e turbinose sul mare, unitamente ad elementi di forte impatto figurativo, denotano uno stile tipicamente espressionistico, nell’accezione più completa e generale del termine.