Sant'Elpidio

DI BELISARIO RIGHI

 

 

Ognuno dovrebbe avere la propria finestra di S. Elpidio.

Una volta in occasione delle feste pasquali, decisi di trascorrere qualche giorno a S. Elpidio, un paesino sugli Appennini, poco distante da Roma.

Di giorno mi divertivo a fare fotografie, girovagando per i monti e per la campagna e la sera leggevo nella piccola camera dell’alberghetto del paese, dove avevo preso alloggio.

La camera era piccola ed aveva due finestrelle poste ciascuna su una delle due pareti ai lati del letto.

Quella di destra, dava sulla strada, da dove provenivano i rumori dell’osteria sottostante e di un vecchio juke–box. Suoni e chiasso, costituivano il mondo su cui si apriva quella finestra e forse per questo non l’ho mai aperta. Restò sempre chiusa.

Quella di sinistra invece guardava una collinetta erbosa, che quasi a contatto con la finestra, con la sua ripida conformazione copriva pressoché interamente la visuale, lasciando apparire, solo in cima alla riquadratura del serramento, un lembo di cielo sul quale galleggiava qualche stella e sul suo davanzale appoggiavo i gomiti e guardavo fuori.

Quella piccola collinetta, era per me il colle dell’infinito, il trampolino di lancio della mia fantasia.

Al di là di esso, immaginavo un cielo limpidissimo e variegato di luci, dove l’eterno costituiva il punto di arrivo dei miei pensieri.

La vastità di quell’universo immaginario mi vivificava e mi traeva da dentro i concetti favolistici delle cose.

Mi creavo situazioni in cui la bellezza e soltanto essa doveva essere l’energia animatrice dei fatti, come se il brutto fosse bandito da un Ordine superiore deputato a questo compito, perché nel mio animo trovavo fuori posto, addirittura sacrilego alterare un siffatto stato di beatitudine, includendovi una forza impura, iconoclasta che avrebbe potuto modificare una compiutezza così perfetta.

Il brutto che io identifico con il male, introduce da sempre nelle cose l’anatemica legge della sopravvivenza, cancellando definitivamente il ricordo dell’Eden perduto, dove a dispetto dell’impotenza del Maligno, la bellezza e la prosperità regnavano sovrane, creando una condizione di totale felicità.

Del resto, la felicità, che è l’eterno miraggio di noi esseri umani, credo abbia bisogno di un terreno sano e fertile per crescere rigogliosa.

Ed io, dentro quel lembo di cielo intravedevo come in un caleidoscopio queste illusioni.

Quella finestra, per me dischiuse un mondo particolare e meraviglioso e ancora oggi, nelle caselle della mia memoria, c’è solo quella finestra di sinistra.

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